Nei giorni scorsi è venuto a mancare una figura storica del calcio napoletano dilettantistico degli anni 70 e 80. Giggino Palmieri creò la “Patrizia”, divenuta poi “Living Patrizia”, formazione del quartiere Chiaia che disputava le partire al “Denza” di Posillipo. Una squadra che anticipò nei tempi tanti costumi, divenuti oggi un ovvietà per noi che viviamo il calcio d’oggi.
Una su tutte, fu la prima formazione in assoluto a mettere lo sponsor sulle divise di gioco. La cosa avvenne nel 1977, grazie ad un permesso speciale che la FIGC – LEGA NAZIONALE DILETTANTI concesse alla società napoletana. Fu la Juve poi nel 1981 con Robe di Kappa a portare il logo sulle maglie per prima, ma ben 4 anni dopo.
La Patrizia fece epoca, tanto da diventare, senza ombra di dubbio, la squadra simpatia ed una sorta di seconda squadra cittadina del cuore di Napoli. Tutto ciò grazie soprattutto a Giggino Palmieri, frequentatore della cantina “Vini E Cucina” a Mergellina. Li si trovavano i giornalisti dell’epoca, come Prestisimone, Virnicchi, Di Nanni, Scotti, ma anche i giovani come Sasso, Di Micco, Pagliaro che erano li con i giocatori del Napoli, Altafini, Zoff, Montefusco, Barison e tanti altri, e lo stesso presidente Ferlaino.
Partita dalla Terza Categoria, la Patrizia scalò anno dopo anno tutte le categorie dilettantistiche per poi terminare il suo percorso nel 1981, quando mancava poco all’arrivo di Maradona a Napoli. Un arrivò che decretò la fine di un calcio cittadino che si estinse. Palmieri e compagni l’avevano anticipato. Anche le squadre degli altri quartieri come la Sanità, il Posillipo, il Vomero, la Flegrea chiusero i battenti resistendo fino alla fine degli anni 80.
Giggino Palmieri reclutava, insieme al fidato Nino Conte, calciatori, allenatori e dirigenti in lungo e largo per dare continuità ad un progetto sportivo che andò oltre una semplice società di calcio. Creò una comunità cittadina vera e propria, una rete di rapporti trasversali che hanno cementato un’intera generazione di sportivi del pallone.
Allenatori a cominciare da Gianni Caruso (primo coach), Montalto, Manfredi, Di Gennaro, Di Giovanni, il prof. Rossi, solo per citarne alcuni sedettero sulla panchina biancazzurra. Calciatori come Pino Liberati, Moliterno, i fratelli Blanchi, i fratelli Esposito, Salvatore Improta, Tonino Golia, Pasquale Troisi, Vincenzo Montepiccolo, Spina, Volpe, vestirono una maglia che anno dopo anno diventava sinonimo di passione, vittorie, ma soprattutto di appartenenza sentita ad un progetto sportivo serio. L’elenco è interminabile.
Un’idea di Palmieri fu quella di inseguire e mettere in squadra i giocatori forti di quartieri diversi. Così ci si assicurava un numero consistente di tifosi di diverse zone della città ed il “Denza” era sempre pieno ed animato. I presidenti furono Tuccillo, Visconti, Petirro, Carlino, con il presidente onorario Guido Federico, proprietario della Living Mobili, che dette impulso economico e che portò la squadra alla soglia della serie D, con memorabili prestazioni in tutta la Campania ed in Coppa Italia.
La storia della Patrizia fu una vera favola. Episodi di un calcio che non esiste più ce ne sono tanti. Dalle porte segate di notte sul campo di Casalnuovo, la notte prima di una gara decisiva per la promozione dalla Prima Categoria alla Promozione per allungare i tempi della partita in contemporanea con la concorrente diretta, fino alla sparizione fisica di Palmieri (si, proprio fisica) per essere sprofondato in un fosso sotto a Venafro mentre rincorreva l’arbitro lungo la rete del campo per reclamare un rigore, passando per i trucchi in campagna-acquisti per prendere i migliori calciatori sulla piazza.
I buoni rapporti con la Federazione, dettati soprattutto dalla simpatia e dai modi sempre gentili di Giggino, permettevano sempre di avere un occhio di riguardo da parte del Giudice Sportivo dell’epoca e da tutti i direttori di gara che ambivano a dirigere le partite della Patrizia. Insomma, un grande insegnamento per chi fa il calcio oggi.
Chiuso col calcio, Palmieri, sempre tifosissimo del Napoli, tanto che volle comprare casa a Fuorigrotta proprio per essere più vicino al San Paolo, seguì gli azzurri sempre con le solite scaramanzie e con i soliti sortilegi, cosa che applicava nella sua vita quotidiana. Non si perdeva una gara, cosa che però è avvenuta la sera prima dell’ultimo giorno della sua vita, avendo però la forza di chiedere all’indomani, a poche ore dalla dipartita, se avesse giocato McTominay, infortunato. Come diceva sempre: viva la vita e sempre Forza Napoli!