L’ex coniuge che lavora in nero ha diritto a percepire l’assegno divorzile? Approfondiamo la questione. L’assegno divorzile viene elargito quando la coppia è ufficialmente divorziata: gli effetti del matrimonio sono annullati e marito e moglie diventano ex coniugi. L’assegno divorzile tiene conto del bilanciamento economico tra di loro e chi tra i due ex coniugi possiede più risorse non deve garantire il passato tenore di vita dell’ex, ma semplicemente la sua sopravvivenza.
Il concetto di sopravvivenza è sempre relativo. Infatti, il coniuge più debole deve dimostrare di trovarsi nella impossibilità oggettiva di mantenersi e che siffatta impossibilità non dipenda dalla mancata voglia di lavorare. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che bisogna prendere in considerazione l’eventuale contributo che il coniuge più povero ha dato durante il matrimonio al patrimonio familiare e dell’ex . Per cui, la moglie (o il marito) che ha accudito famiglia e figli, rinunciando al lavoro in modo che l’altro coniuge facesse carriera, ha diritto ad essere mantenuta. Pertanto, l’ex con possibilità economiche migliori deve pagare l’assegno divorzile all’ex che ha meno risorse.
Può accadere però che uno dei due apprenda che l’ex coniuge si conceda degli agi sproporzionati rispetto all’ammontare dell’assegno divorzile. Quest’ultimo, facendo ricorso ad esempio ad un investigatore privato, potrebbe scoprire che l’ex stia lavorando in nero, percependo un proprio reddito oltre a incassare l’assegno divorzile. Cosa accade in questo frangente? La Corte di Cassazione in passato aveva stabilito che “l’ex impegnato o impegnata in un’attività in nero non aveva diritto ad un assegno divorzile“. La stessa Corte di Cassazione, inoltre, è tornata sull’argomento ed ha ritenuto legittime le indagini della difesa come prova per privare l’ex dell’assegno.
Questo provvedimento si basava sul caso di una donna che si era dimessa dallo studio del commercialista presso il quale lavorava e sosteneva di non poter trovare altro lavoro per motivi di salute. Era poi stato stabilito che l’ex doveva accreditarle ogni mese l’assegno divorzile. Tuttavia, l’uomo decise di affidarsi a degli investigatori per accertarsi che la donna avesse detto la verità. Dalle indagini degli investigatori, l’uomo si rese conto che le dimissioni della donna dallo studio di commercialista erano solo fittizie. In questo modo la donna percepiva una doppia entrata: quella del commercialista e quella dell’ex marito. Prima il Tribunale, poi la Corte d’Appello e la Cassazione hanno revocato l’assegno di mantenimento ed hanno confermato che chi lavora in nero non ne ha alcun diritto. Pertanto, per la Cassazione dimostrare tramite investigatore privato che l’ex coniuge è in grado di lavorare e che, quindi, non ha diritto all’assegno divorzile, è legittimo.