Bruciati vivi per un contratto: il caporalato che uccide e la ‘ndrangheta che guadagna

Il caso di Amendolara ha aperto gli occhi a tutti davanti alla piaga del caporalato

di Fabio Iuorio

Lunedì 1 giugno, sulla Statale 106 nei pressi di Amendolara in Calabria, quattro uomini vengono bruciati vivi in un minivan fermo sotto la tettoia di una stazione di servizio. Qualcuno appicca il fuoco all’interno del mezzo e blocca le portiere dall’esterno. Le vittime sono Waseem Khan, 29 anni, Amin Fazal Khogjani, 28, Ullah Ismat Qiemi, 19, e Safi Iayjad, 27, braccianti agricoli. Tre afghani e un pakistano. Vivevano a Villapiana, qualche chilometro più a sud, in dieci dentro una stanza. Un quinto uomo, Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, riesce a sfondare uno sportello pochi secondi prima che le fiamme lo raggiungano. È ustionato, sotto choc, ma parla. Racconta che ai braccianti venivano trattenuti cinque euro al giorno per il trasporto, che lavoravano in un’azienda nel Materano dal 20 aprile e non erano mai stati pagati, che chiedevano un contratto regolare. E aggiunge una frase che vale più di qualsiasi perizia: “I capi sono pakistani, noi afghani”.

La lite che ha scatenato la strage nasce dalla richiesta di essere pagati. Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi pakistani di 31 anni, vengono identificati grazie alle telecamere di sorveglianza e arrestati. Il GIP firma la custodia cautelare e nell’ordinanza scrive che hanno agito con premeditazione e crudeltà, mantenendo “una ferma e glaciale risoluzione criminosa per tutto il tempo necessario per vederli consumare dal rogo”. Nessun segno di pentimento in nessuna fase del procedimento. Quattro uomini morti perché chiedevano di essere pagati. Nel 2026, in Italia.

Per capire Amendolara bisogna smettere di trattarla come una storia di criminalità ordinaria tra stranieri e cominciare a leggerla per quello che è: la punta visibile di un sistema organizzato, radicato, e conveniente per troppi soggetti lungo tutta la filiera produttiva. Il caporalato funziona così: un intermediario recluta manodopera, la trasporta nei campi, la gestisce durante il lavoro e si trattiene una quota della paga di ogni bracciante. Aggiunge il trasporto come voce obbligatoria, cinque euro al giorno sottratti da paghe che raramente superano i venti o venticinque euro per dieci ore sotto il sole. A volte vende anche il posto letto, in abitazioni sovraffollate gestite dagli stessi intermediari. Chi non paga, chi si lamenta, chi chiede un contratto, diventa un problema da risolvere.

Il superstite di Amendolara ha descritto però un livello ulteriore di questa architettura: una gerarchia etnica interna, con caporali pakistani che gestiscono manodopera afghana. Non è una dinamica casuale, il migrante che diventa intermediario di altri migranti è una figura funzionale al sistema: isola le vittime, distribuisce la responsabilità e rende più difficile risalire alla catena di comando vera. In superficie sembra una questione interna a una comunità straniera. Sotto c’è qualcosa di molto più strutturato.

Qui si inserisce il dato che i comunicati istituzionali post-strage tendono a lasciare in secondo piano, e che invece è il cuore del problema, la ‘ndrangheta. La malavita ha capito da tempo che il lavoro agricolo irregolare non è solo un modo per fare soldi facili: è un modo per controllare il territorio, per infiltrare l’economia legale, per riciclare denaro attraverso strutture che sulla carta sembrano imprese normali. Lo strumento principale sono le cooperative, strutture formalmente regolari, con documenti in ordine, che si aggiudicano appalti nel settore agricolo e agroalimentare, spesso attraverso ribassi che nessuna impresa seria potrebbe sostenere. Il motivo è semplice: il costo del lavoro è azzerato, perché i braccianti non vengono pagati quello che spetta loro, o non vengono pagati affatto. Il divario tra la paga dichiarata e quella effettivamente corrisposta finisce nelle casse dell’organizzazione. È riciclaggio, è sfruttamento del lavoro, è controllo criminale di un comparto produttivo legale. Tutto insieme, tutto invisibile ai controlli ordinari.

La struttura è mista e studiata, i caporali di primo livello sono spesso stranieri, membri delle stesse comunità dei lavoratori che reclutano. Conoscono la lingua, conoscono le reti sociali, sanno a chi rivolgersi nei campi di accoglienza, nelle stazioni, lungo i percorsi migratori. Le strutture criminali centrali sono italiane, collegate alle cosche, e gestiscono il livello superiore: i contratti con le aziende, il flusso del denaro, la protezione del sistema da interferenze esterne. È una catena di comando con più strati, pensata per resistere alle indagini. Se cadono i caporali stranieri, la struttura italiana rimane intatta. Se cadono le cooperative, ne nascono subito altre. La ‘ndrangheta ha anche compreso che i flussi migratori sono un business in sé, non solo manodopera da sfruttare, ma anche centri di accoglienza da gestire, appalti pubblici da intercettare, vulnerabilità da monetizzare. Il migrante viene intercettato all’arrivo, inserito in un circuito di accoglienza con cooperative colluse, e poi convogliato verso il lavoro agricolo irregolare. È una filiera completa, dalla frontiera al campo, con margini di profitto a ogni passaggio.

Perché i migranti? La risposta è semplice, seppur difficile da accettare. I lavoratori stranieri vengono scelti perché sono più ricattabili. Non perché siano diversi, non per una questione culturale o identitaria. Ma perché il sistema li trova in una condizione di vulnerabilità strutturale che li rende impossibili da proteggere con gli strumenti ordinari. Spesso non parlano italiano, non conoscono i propri diritti, non sanno a chi rivolgersi. Molti hanno una condizione amministrativa precaria, il che significa che denunciare equivale a rischiare l’espulsione. La legge prevede il permesso di soggiorno per chi denuncia il caporale, ma l’iter è lungo, complicato, e nel frattempo il lavoratore rimane senza tutela, senza reddito, senza alloggio, esposto alla vendetta di chi lo sfruttava. È una trappola progettata nei minimi dettagli: chi denuncia perde tutto prima ancora che la giustizia faccia il suo corso, chi non denuncia continua in condizioni di schiavitù. Non c’è una via d’uscita semplice, e chi gestisce il sistema lo sa benissimo.

C’è poi il fenomeno del caporale di emigrazione, diffuso in tutta la Calabria ionica e nella Sibaritide in particolare. I braccianti vengono reclutati in Calabria, trasportati d’estate nei campi del Metapontino o in Puglia, poi riportati in Calabria per la stagione degli agrumi tra ottobre e dicembre. Un pendolarismo forzato, gestito da intermediari che guadagnano su ogni spostamento, su ogni giornata di lavoro, su ogni pasto e ogni chilometro percorso. I lavoratori non hanno mai un posto fisso, non costruiscono reti sociali stabili, non riescono a radicarsi in nessun luogo abbastanza a lungo da capire come denunciare o da trovare qualcuno disposto ad aiutarli.

Una domanda su tutte si impone in questa storia: gli agrumi della Sibaritide, le fragole del Metapontino, i pomodori della Piana di Gioia Tauro chi li raccoglie? In quali condizioni? Con quale contratto? A quale prezzo? La risposta, almeno in parte, la conoscono tutti. La grande distribuzione organizzata lo sa, perché acquista a prezzi che non sarebbero sostenibili con manodopera regolarmente pagata. Le aziende agricole lo sanno, perché si rivolgono a cooperative o a caporali che garantiscono costi irrisori senza fare domande. I consumatori preferiscono non saperlo, perché significa fare i conti con qualcosa di scomodo nel carrello della spesa. Il caporalato non sopravvive nel vuoto. Sopravvive perché è integrato in una filiera produttiva che ne ha bisogno, che ne beneficia, che ne è complice anche senza volerlo essere esplicitamente. Ogni volta che un’azienda agricola si affida a un intermediario sapendo che non farà domande, ogni volta che una cooperativa vince un appalto con un ribasso impossibile, ogni volta che un controllo viene fatto in modo superficiale o non viene fatto affatto, il sistema si consolida. I quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara sono morti all’interno di questo sistema, non ai suoi margini.

Dal 2016 il caporalato è reato penale. La legge 199 punisce sia l’intermediario sia il datore di lavoro che utilizza manodopera sfruttata, superando il limite precedente che consentiva di perseguire solo il caporale lasciando intatta l’azienda committente. È un passo avanti reale ma non basta, e i fatti di Amendolara lo dimostrano con la brutalità che solo la cronaca sa usare. Il problema non è la norma, è l’applicazione. Gli ispettori del lavoro sono pochi, sottofinanziati, e concentrati su controlli che spesso riguardano l’edilizia e non i campi. Le denunce sono rare perché chi potrebbe farle ha troppo da perdere. Le indagini della DDA hanno portato a risultati importanti in alcuni casi, ma il fenomeno è capillare, si rigenera rapidamente, e la struttura criminale che lo sostiene ha risorse e esperienza per adattarsi a ogni pressione investigativa.

Dopo Amendolara la ministra del Lavoro ha annunciato ispezioni straordinarie in tutto il settore agricolo nazionale a partire da metà giugno. È una risposta ma è anche la risposta che arriva sempre dopo. Dopo Rosarno, dopo Foggia, dopo Castel Volturno, dopo ogni strage che costringe il paese a ricordarsi che esiste un esercito di lavoratori invisibili che raccoglie quello che mangiamo in condizioni che non chiameremmo lavoro se le vedessimo da vicino.

Waseem, Amin, Ullah e Safi chiedevano un contratto. Volevano non dormire in dieci in una stanza. Volevano essere pagati per il lavoro che avevano fatto. Erano già morti dentro un sistema che li aveva ridotti a voci di costo prima ancora che qualcuno appiccasse il fuoco. Il rogo di Amendolara è il momento in cui il sistema ha smesso di essere invisibile. Per qualche giorno, fino alla prossima dichiarazione di cordoglio, fino alla prossima promessa di ispezioni, fino al prossimo caso che sposterà l’attenzione altrove.

Altri articoli

Lascia commento

Close Popup

Questo sito web utilizza cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nella cookie policy. Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso in qualsiasi momento. La chiusura del banner comporta il consenso ai soli cookie tecnici necessari.

Close Popup
Privacy Settings saved!
Impostazioni

Quando visiti un sito Web, esso può archiviare o recuperare informazioni sul tuo browser, principalmente sotto forma di cookies. Controlla qui i tuoi servizi di cookie personali.

Questi cookie sono necessari per il funzionamento del sito Web e non possono essere disattivati nei nostri sistemi.

Cookie tecnici
Per utilizzare questo sito web usiamo i seguenti cookie tecnici necessari: %s.
  • wordpress_test_cookie
  • wordpress_logged_in_
  • wordpress_sec
  • wordpress_gdpr_cookies_allowed
  • wordpress_gdpr_cookies_declined
  • wordpress_gdpr_allowed_services

Rifiuta tutti i Servizi
SALVA
Accetta tutti i Servizi
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00