Mercoledì 6 maggio, dal teatro 23 degli Studi del Cinema di Roma, è andata in onda la 71° cerimonia di premiazione dei David di Donatello. Ai lettori e ai cinefili più curiosi che seguono questa rubrica, farà piacere avere qualche informazione in più sulla famosa “statuetta”.
La storia inizia nel 1950 quando a Roma venne fondato l’Open Gate Club, il cui simbolo era una porta aperta che metaforicamente accoglieva i tempi nuovi del Dopoguerra e gli stranieri che ritornavano a Roma scegliendola come meta culturale. Nel 1954 fu istituito il Circolo Internazionale del Cinema e nel 1955, con la nuova denominazione “Club Internazionale del Cinema”, l’allora presidente dell’Agis, Italo Gemini, istituì il Premio David di Donatello, sulla falsa riga dell’Oscar e destinato alle migliori produzioni cinematografiche italiane e straniere.
La particolarità del premio italiano è la famosa statuetta in bronzo simbolo del Rinascimento italiano creata da Donatello all’incirca nel 1440 (il David biblico rappresenta il primo nudo dai tempi dei romani, simbolo dell’intelligenza e della fede sulla forza bruta). Ai nostri giorni poco è cambiato.
La giuria, composta da professionisti di chiara fama provenienti dal Cinema italiano e internazionale, è strutturata per garantire diverse competenze del settore cinematografico. I giurati effettuano una doppia votazione fino a raggiungere la cinquina prescelta.
Attualmente, da quando nel 2017 sono state introdotte nuove categorie di professionalità, in totale sono 21 i riconoscimenti, tra cui quelli per le categorie tecniche e scenografiche, del trucco e delle acconciature.
Tra i premiati di quest’anno figura “Le Città di pianura” di Francesco Sossai, che ha vinto ben 8 David, tra cui miglior film. Miglior attrice protagonista invece ad Aurora Quattrocchi per “Gioia mia”, mentre Matilda De Angelis è stata premiata come migliore attrice non protagonista per il film “Fuori”. Il suo discorso di ringraziamento è stato molto intenso, sottolineando come in Italia i talenti vengano riconosciuti solo post mortem e che viviamo un impoverimento culturale che non tiene conto delle nostre bellezze e delle professionalità. Una menzione da fare, infine, anche per il film “Goliarda Sapienza”, il cui soggetto stimola gli operatori di settore a rendere il Cinema sano, pulito, sociale, politico e basato sull’amore, perché solo l’amore e l’arte possono generare il futuro.