La morte volontaria delle gemelle Kessler, icone della televisione italiana degli anni ‘60, ha riaperto con forza un dibattito che in Italia non si sopisce mai del tutto, ovvero quello sul diritto al fine vita. La loro scelta, compiuta in modo consapevole e congiunto, ha colpito l’opinione pubblica, non solo per il valore simbolico del loro legame indissolubile, ma anche perché mette nuovamente a nudo l’assenza di una legge chiara sull’eutanasia nel nostro Paese. Le due sorelle avevano pianificato la loro fine da tempo, collaborando anche con un’associazione tedesca che si occupa di diritti sul fine vita. Hanno scelto di andarsene insieme, come avevano vissuto, desiderando perfino di essere sepolte in un’unica urna. Un gesto con un valore simbolico e culturale inestimabile.
In Italia l’eutanasia attiva rimane illegale e considerata reato. È invece possibile interrompere trattamenti invasivi o salvavita, ma solo con il consenso informato del paziente. Un passo fondamentale è arrivato nel 2017 con la legge n. 219, che disciplina il consenso informato e introduce le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), permettendo a ciascuno di esprimere anticipatamente le proprie volontà su cure e interventi sanitari.
Gran parte dell’evoluzione italiana è avvenuta non in Parlamento, ma nelle aule di giustizia, con le storie e i casi di: Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare, che aprì il dibattito sulla necessità del diritto a interrompere le cure; Eluana Englaro, rimasta in stato vegetativo per anni, la sua vicenda portò alla storica decisione che autorizzò la sospensione dell’alimentazione artificiale; Fabiano Antoniani, noto come DJ Fabo, per il quale la Corte Costituzionale fu spinta a pronunciarsi nel 2019 con la sentenza che stabilì che il suicidio medicalmente assistito può non essere punito, a condizioni molto precise (malattia irreversibile, sofferenza intollerabile, dipendenza da sostegno vitale, capacità di autodeterminarsi).
Queste decisioni hanno aperto varchi significativi, ma senza una legge organica rimangono comunque casi eccezionali. Le proposte avanzate negli ultimi anni, spesso sostenute da associazioni come quella di Luca Coscioni, si sono arenate tra resistenze politiche, culturali e religiose. La conseguenza è un Paese in cui il diritto al fine vita può dipendere dalla Regione in cui si vive o dalle valutazioni di singole commissioni etiche.
Da un lato c’è l’autodeterminazione, la convinzione che ognuno debba poter scegliere quando porre fine a una vita segnata da sofferenza o perdita di dignità. Dall’altro c’è la difesa del valore intrinseco della vita, sostenuta soprattutto da posizioni religiose e da chi teme possibili derive o abusi.
La cultura italiana, storicamente influenzata dalla tradizione cattolica, rende l’argomento particolarmente delicato. Ogni caso mediatico, da Welby alle Kessler, diventa così occasione di riflessione collettiva, ma anche specchio delle divisioni interne al Paese.
La scelta delle Kessler non riguarda una malattia incurabile né una sofferenza fisica acuta: è una decisione profondamente personale, legata all’età, alla consapevolezza e al loro legame. Il loro gesto, pur non essendo un caso clinico, sposta il discorso: riguarda la libertà di decidere del proprio tempo, del proprio corpo e del proprio modo di lasciare il mondo.
Ed è proprio questo che colpisce fortemente l’Italia. La loro storia costringe a domandarsi cosa significhi “morire con dignità” quando non si rientra nei criteri restringenti della Corte Costituzionale. Mostra come altri Paesi europei offrano percorsi legalmente riconosciuti e regolamentati, mentre in Italia chi vuole compiere scelte simili è costretto a farlo altrove. In un Paese dove la discussione è ancora frammentata, serve una legge che dia chiarezza e garantisca diritti, tutele e limiti. Il fine vita non può rimanere una questione affidata solo alla fortuna geografica o al coraggio delle famiglie. È, prima di tutto, una questione di dignità.