Con la domenica di Pentecoste, che letteralmente significa “50 giorni dopo”, il tempo liturgico della Pasqua vede il suo compiersi. In questa domenica, infatti, ciò che è iniziata con la domenica di Pasqua, Domenica di Resurrezione, viene ad essere consegnata nelle mani della Chiesa nascente. Come nelle più avvincenti gare olimpiche, la staffetta dell’annuncio del Regno passa dalle mani di Gesù alle mani della Chiesa.
Ma come avviene tutto ciò? Nei giorni che si sono susseguiti alla domenica di Resurrezione, è stata una costante, da parte del Signore, annunciare l’invio dello Spirito Santo chiamato anche “un altro Consolatore”, il “Paraclito”, “Colui che ci guiderà alla verità tutta intera”. La sua consegna non aggiunge nulla alla Redenzione, la fa conoscere. Gesù, in questo modo, porta a compimento ciò che aveva da sempre promesso, trasmesso e desiderato: essere un tutt’uno con Lui, proprio come lo è lui stesso con il Padre. Questa unità, sia ben chiaro, non annienta la nostra identità, non annulla le nostre differenze, piuttosto ristabilisce quella comunione d’amore con la quale Dio ci ha da sempre pensati e creati.
Facciamo un esempio. Una coppia con il matrimonio non diventa “visibilmente” qualcun altro, eppure non si può dire che siano la stessa cosa di prima. Noi vediamo due persone ben distinte, eppure è nata una nuova realtà che le ingloba totalmente: la famiglia. Dio, che è famiglia (Padre, Figlio e Spirito Santo), con il dono dello Spirito ci riabilita a suoi figli, ci ridona la dignità di appartenergli. È, in un certo senso, il donarci il suo cognome o, in modo più profondo, il suo DNA. Potessimo fare un prelievo di DNA spirituale, avremmo gli stessi geni di Dio.
In questa realtà meravigliosa, dunque, si realizza in noi la stessa missione di Cristo: portare a tutti la buona notizia che Dio ci ama. Gesù ci ha consegnati la staffetta, ora tocca a noi portarla a quanti incontriamo con una vita piena di amore.