Mercoledì 26 marzo 2026, poco prima delle otto del mattino, Chiara Mocchi, professoressa di francese di 58 anni, viene accoltellata nei corridoi del suo istituto a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. A colpirla è uno studente di 13 anni. Indossa pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta vendetta. Ha nello zaino una pistola scacciacani e uno smartphone appeso al collo che usa per trasmettere tutto in diretta su Telegram.
Questo dettaglio (lo smartphone, la diretta, il pubblico) è quello che differenzia questa storia da molte altre, e non perché la violenza fisica sia meno grave, non perché le coltellate siano un dettaglio secondario rispetto alla tecnologia. Ma perché lo smartphone al collo ci dice qualcosa di preciso sul piano di quel ragazzo: l’atto criminale non poteva essere compiuto senza la diretta, senza il pubblico il gesto avrebbe perso una parte del suo significato. Forse, nella sua logica, la parte più importante.
Il palcoscenico prima del crimine
Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro e guardare l’ambiente in cui certi ragazzi crescono. Non l’ambiente familiare o quello scolastico, ma l’ambiente digitale. Quello in cui trascorrono ore ogni giorno, in cui costruiscono la propria identità, in cui imparano le regole non scritte di cosa significa esistere agli occhi degli altri. I social network (TikTok in primo luogo, poi Instagram, i canali Telegram e i gruppi WhatsApp) hanno creato un mondo che premia la visibilità sopra ogni altra cosa. Non importa come ottieni visualizzazioni, basta ottenerle. Non importa se quello che fai è giusto o sbagliato, costruttivo o distruttivo, importa che qualcuno lo guardi, lo commenti, lo condivida. In questo sistema, la reputazione non si ottiene attraverso il merito, perché è invisibile, troppo difficile da quantificare in like, ma attraverso il gesto estremo, la provocazione, il colpo di teatro che costringe chi guarda a fermarsi. Per una fascia di adolescenti che già vive in contesti di marginalità questa logica si incrocia con un aspetto ancora più antico: la reputazione come rispetto fisico, come capacità di imporre la propria presenza, come dimostrazione di non poter essere ignorati. Non è un fenomeno nuovo, visto che le gerarchie di forza tra giovani esistono da sempre, nelle scuole come nei quartieri, ma i social hanno fatto qualcosa di inedito, dando a queste gerarchie un palcoscenico globale e una memoria permanente. Quello che prima restava confinato in una strada, in un cortile, in un corridoio scolastico, adesso può essere visto da migliaia di persone. E questa possibilità cambia la posta in gioco, cambia la motivazione, cambia la forma stessa della violenza.
Picchiare per esistere
C’è una frase che circola tra i ricercatori che studiano la violenza giovanile in contesti digitali, e che sintetizza in modo brutale quello che stiamo osservando: si picchia per esistere. Non per risolvere un conflitto, non per difendersi, non per appropriarsi di qualcosa di materiale, ma per essere visti, per lasciare una traccia, per dimostrare, ad un pubblico reale o immaginato di contare qualcosa in un mondo che spesso fa sentire certi ragazzi invisibili. Il caso di Trescore Balneario è estremo ma non è isolato nella sua logica di fondo, è il punto di arrivo di una scala che inizia molto prima, con dinamiche meno visibili ma strutturalmente simili. Pensiamo ai video di aggressioni tra coetanei che circolano ogni settimana sui social: ragazzi che picchiano altri ragazzi mentre qualcuno filma, ragazzi che vengono umiliati, spogliati, inseguiti, mentre una piccola folla assiste dal vivo o attraverso uno schermo. In quasi tutti questi casi, chi aggredisce sa che viene filmato. Spesso è proprio per questo che aggredisce in quel modo, con quella brutalità, davanti a quel pubblico. Il video non è la documentazione di un fatto, ma parte integrante del fatto stesso, la violenza è costruita per essere guardata. Questo ha conseguenze concrete su come la violenza si manifesta, diventa più teatrale, più esibita, più crudele di quanto sarebbe necessario per raggiungere un fine pratico. Un ragazzo che vuole semplicemente intimidire un rivale non ha bisogno di filmarlo mentre crolla a terra. Ma un ragazzo che vuole costruire una reputazione digitale, sì. La spettacolarizzazione non è un effetto collaterale della violenza: ne è diventata il motore.
La reputazione come unica valuta
Per capire perché certi ragazzi scelgono questa strada, bisogna capire cosa trovano dall’altra parte. O meglio: cosa non trovano. Crescere in certi contesti tipo quartieri con alto tasso di dispersione scolastica, famiglie frammentate, mancanza di spazi aggregativi, assenza di prospettive lavorative credibili, significa spesso crescere senza i canali ordinari attraverso cui si costruisce un’identità positiva. Il successo scolastico, la carriera sportiva, la passione artistica, il riconoscimento professionale: tutte strade che richiedono tempo, risorse, supporto, e che in certi ambienti sembrano irrealistiche o comunque lontanissime. Quello che rimane è il presente, il quartiere, il gruppo dei pari. E in quel contesto ristretto, la reputazione (il rispetto, il timore, l’essere qualcuno agli occhi degli altri) diventa l’unica forma di successo accessibile. I social hanno amplificato questa dinamica in modo esponenziale. Prima, la reputazione guadagnata con la violenza aveva un raggio d’azione limitato come il proprio quartiere, la scuola, forse i quartieri vicini. Adesso ha un raggio potenzialmente illimitato. Un video che diventa virale porta con sé una forma di fama distorta, tossica, costruita sul dolore altrui ma pur sempre fama. E in un sistema in cui l’essere visti equivale all’esistere, quella fama ha un peso reale.
Non è un caso che molti episodi di violenza giovanile filmata seguano schemi precisi, quasi da produzione, una sorta di sfida dichiarata in anticipo, con un luogo scelto per la sua visibilità, la platea raccolta appositamente e la ripresa curata con a volte una colonna sonora. C’è quasi sempre un commento, un titolo, un tag, elementi che appartengono al linguaggio dei contenuti digitali, non a quello della rissa di strada. Questi ragazzi non stanno solo picchiando, stanno producendo contenuti. Stanno seguendo le regole di un medium che premia l’impegno sopra ogni altra cosa.
Le piattaforme e la loro parte
A questo punto è necessario nominare una responsabilità che troppo spesso viene lasciata sullo sfondo, quella delle piattaforme. TikTok, Instagram, Telegram e gli altri servizi su cui questi contenuti circolano sono sistemi progettati da ingegneri e product manager per massimizzare il tempo che gli utenti trascorrono sulle loro applicazioni e lo strumento principale per farlo è l’algoritmo di raccomandazione, che impara in tempi rapidissimi cosa attira l’attenzione di ogni singolo utente e gliene propone sempre di più. Per certi utenti, ed in particolare per certi adolescenti, quello che attira l’attenzione è proprio il contenuto più violento o trasgressivo e non perché siano ragazzi cattivi, ma perché il cervello adolescente è biologicamente predisposto alla ricerca di stimoli forti, e l’algoritmo lo sa. Il risultato è che le piattaforme, nel perseguire i propri obiettivi di business, finiscono per costruire ambienti in cui i contenuti violenti hanno una distribuzione privilegiata. Non perché qualcuno lo abbia deciso esplicitamente (nessun dirigente di TikTok ha mai voluto promuovere la violenza giovanile) ma perché il sistema di incentivi produce esattamente questo effetto. I contenuti che generano più reazioni sono quelli che l’algoritmo amplifica e quelli che generano più reazioni tra certi giovani, sono spesso i più violenti. Le piattaforme hanno sì strumenti di moderazione, politiche sui contenuti e sistemi di segnalazione, ma chiunque abbia provato a segnalare un video violento su TikTok o a far rimuovere contenuti problematici su Telegram sa che questi sistemi sono lenti, lacunosi, e applicati in modo estremamente disomogeneo. Le risorse dedicate alla moderazione sono una frazione minima del fatturato di queste aziende. È una scelta economica, non una limitazione tecnica. E le conseguenze di quella scelta ricadono sugli utenti più giovani e vulnerabili, che sono anche quelli con meno strumenti per riconoscere e resistere alla manipolazione algoritmica.
Il corpo come messaggio
C’è una dimensione di questa storia che merita attenzione particolare, ed è quella del corpo, sia di chi aggredisce che di chi viene aggredito. In una cultura digitale che ha progressivamente ridotto la comunicazione a testo e immagini e sostituito la presenza fisica con la presenza virtuale, il corpo è diventato paradossalmente il luogo della massima intensità espressiva. La violenza fisica, proprio perché è l’opposto della comunicazione digitale, perché è irreversibile e lascia segni reali su corpi reali, acquista un peso simbolico enorme in un contesto in cui tutto il resto sembra effimero e simulabile. Colpire qualcuno fisicamente, in questo quadro, è un modo per affermare la propria realtà, per uscire dallo schermo e imprimere la propria esistenza nel mondo tridimensionale. È un atto che dice: io sono reale, la mia forza è reale, il tuo dolore è reale. Non può essere disattivato, non può essere ignorato, non può essere scrollato via come un post sgradito. Questa lettura non giustifica nulla ma aiuta a capire perché certe forme di violenza abbiano una carica simbolica che va ben oltre il danno fisico che producono. E il corpo di chi viene aggredito? Anche quello diventa parte della narrazione. L’umiliazione pubblica (essere colpiti, essere filmati mentre si è a terra, essere condivisi in quel momento di vulnerabilità assoluta) è essa stessa un contenuto, è il trofeo digitale che il violento porta con sé dopo l’azione. L’aggressione non finisce quando finiscono i colpi: continua ogni volta che quel video viene visto, condiviso, commentato. La vittima non smette di essere vittima nel momento in cui l’aggressore si allontana ma lo è finché quella clip esiste e circola.
Cosa manca
Sarebbe giusto a questo punto trovare soluzioni. Dire però frasi del tipo “servono più psicologi nelle scuole, più educazione digitale, più controlli sulle piattaforme, più risorse per i servizi sociali” sono sì cose vere e necessarie, tra l’altro tutte ampiamente note e ampiamente disattese, ma c’è qualcosa di più che questa storia ci chiede di affrontare e che le soluzioni tecniche e istituzionali da sole non possono risolvere.
Quello che manca, in molti dei contesti in cui queste dinamiche si sviluppano, è la possibilità concreta di essere qualcuno senza dover fare del male a qualcun altro. Non come principio astratto perché tutti siamo d’accordo che la violenza è sbagliata, ma come realtà vissuta, come orizzonte credibile, come alternativa che un ragazzo di 13 o 15 o 17 anni possa immaginare per se stesso. Quando quell’orizzonte non esiste, o quando è talmente lontano da sembrare irraggiungibile, la logica del palcoscenico violento diventa razionale dentro il sistema di valori disponibile. Costruire quell’orizzonte richiede un lavoro che inizia molto prima dell’adolescenza e che non finisce con una legge o una campagna di sensibilizzazione. Richiede investimenti reali nei territori più esposti, presenza istituzionale che non si riduca all’intervento repressivo dopo i fatti, scuole che abbiano le risorse per essere anche centri di vita e non solo luoghi di valutazione, famiglie supportate invece di lasciate sole davanti a dinamiche che molti genitori non riconoscono e non sanno come affrontare.
Il problema del pubblico
C’è un ultimo elemento che questa analisi non può ignorare, ed è il più scomodo: noi. Ogni volta che un video di violenza giovanile diventa virale, c’è un pubblico che lo guarda. Non solo i coetanei degli aggressori, non solo i frequentatori di certi canali Telegram, spesso siamo noi, adulti, genitori, insegnanti, giornalisti, politici. Lo guardiamo per indignarci, per capire, per documentare. Lo condividiamo per denunciare. E così facendo, inconsapevolmente, partecipiamo all’economia dell’attenzione che ha reso possibile quell’atto.
Questo è un problema che riguarda il modo in cui l’informazione funziona nell’era digitale. Il ragazzo che si filma mentre aggredisce sa che i suoi coetanei guarderanno. Ma sa anche che gli adulti guarderanno, che i giornali ne parleranno, che i politici faranno dichiarazioni, che il suo gesto, in qualche modo, forzerà il mondo a occuparsi di lui. E in certi casi, questa consapevolezza è parte integrante della motivazione. Non esiste una risposta semplice a questo cortocircuito. Ignorare la violenza giovanile non è una strategia praticabile, e il silenzio non protegge nessuno. Ma raccontarla senza analizzarla, trattarla come spettacolo invece che come sintomo, inseguire ogni episodio con la stessa grammatica dello shock e dell’indignazione è un modo di alimentare il sistema invece di smontarlo.
Dopo Trescore
Chiara Mocchi è per fortuna fuori pericolo ed è tornata gradualmente alla vita di prima. Un ragazzo di 13 anni è nelle mani della giustizia minorile. Una classe ha visto qualcosa che non dimenticherà. E il video di quella mattina ha già fatto il suo giro, già costruito le sue narrazioni, già generato il suo engagement. La domanda che questo episodio lascia aperta non è come punire chi ha sbagliato, né come impedire il prossimo episodio con una legge più severa o un decreto d’urgenza.
La domanda è cosa stiamo costruendo, ogni giorno, nell’ambiente digitale e fisico in cui i ragazzi crescono, cosa stiamo dicendo loro su cosa significa contare qualcosa. Cosa stiamo mettendo a disposizione, come famiglie, come scuole, come istituzioni, come società, perché esistere non richieda di fare del male a qualcuno davanti a una telecamera. Finché quelle domande non trovano risposta nei fatti, ogni nuovo caso sarà solo un altro contenuto nel flusso infinito. Visto, commentato, dimenticato. Pronto per essere superato dal prossimo.