In un momento storico in cui l’Australia ha scelto di vietare l’uso dei social network ai minori di 16 anni, per tutelarne la salute mentale e proteggerli da un’esposizione precoce e distorta al mondo digitale, questa fotografia di Laura Pannack arriva come un colpo silenzioso ma necessario. Uno di quelli che non gridano, ma che restano impressi. Come una carezza che graffia, come uno sguardo che ci interroga.
Laura Pannack, vincitrice del prestigioso “Tom Stoddart Award for Excellence in Photojournalism”, ha costruito negli anni un linguaggio visivo delicato e profondo, capace di restituire la complessità dell’adolescenza senza violarla. Nei suoi ritratti non c’è spettacolarizzazione, né estetica patinata, solo una presenza onesta, che lascia emergere il non detto. I suoi soggetti, spesso giovanissimi, non fingono, non si mettono in posa. Sono lì, così come sono, vulnerabili, a volte smarriti, altre volte pieni di un’energia misteriosa che sfugge ai cliché.

Credits Photo Laura Pannack (@laurapannack)
Lo scatto scelto per questa settimana ne è un esempio potente. Un ragazzo seduto a terra, intento a soffiare in un palloncino. I suoi gesti sono semplici, lontani dall’urgenza della performance. Intorno, nulla di straordinario. Ma è proprio questa assenza di finzione a restituire forza all’immagine: la forza dell’autenticità, del tempo sospeso, dell’essere fuori scena in un mondo che ci vuole sempre in scena.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di immagini come questa. In un’epoca in cui i social ci abituano a corpi levigati, vite perfette e successi costanti, dimentichiamo che la realtà, soprattutto quella giovanile, è fatta di errori, silenzi, lentezze, goffaggini. Di corpi in trasformazione, di identità che si cercano. L’adolescenza non è un contenuto da pubblicare.
È un tempo necessario, fragile, pieno di domande. E i social, se non educati, se non messi in discussione , possono ridurre questo tempo a una gara invisibile: chi è più bello, più seguito, più desiderato. Si cresce confrontandosi con standard impossibili, si vive nel tentativo di somigliare a immagini che non esistono. E così ci si perde. La foto di Pannack ci invita a rallentare. Ad osservare con empatia.
A ricordarci che i ragazzi hanno bisogno di spazio, non di schermi. Di relazioni vere, non solo di like. Proteggerli significa offrire loro un tempo in cui sia possibile essere senza dover sempre apparire. Significa restituire valore all’imperfezione, alla realtà, alla possibilità di esistere anche fuori dal filtro. In fondo, come in questa foto, basta poco per restituire dignità all’essere umano: uno sguardo che non pretende, ma accoglie.