La seconda domenica di Pasqua e quel “parto della Misericordia”

Scopriamo davvero cosa si intende per "Misericordia"

di Padre Raffaele Abagnale

Era il lontano 30 aprile 2000 quando, in occasione della canonizzazione di Sr Faustina Kowalska, suora polacca della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, l’allora Pontefice Giovanni Paolo II, oggi santo, istituì la II Domenica dopo Pasqua come “Domenica della Divina Misericordia”. Ma cosa si intende per “Misericordia” e perché proprio in questo giorno si perpetua la festa della Divina Misericordia?

Il Vangelo che ci viene donato in questa domenica racconta il celeberrimo episodio di Tommaso che, non credendo alla resurrezione del Maestro, chiede di poter toccare le sue piaghe. L’incontro con il Signore è un incontro sempre nuovo, un incontro che spesse volte, proprio come Tommaso, fatichiamo a credere possibile. È, a questo punto, che il Risorto, segnato dalla passione, invia i suoi discepoli a rimettere i peccati.

Probabilmente, in questo momento, Gesù vuol farci comprendere che l’esperienza della morte non lascia indifferenti, proprio come il peccato, ma ancor più che l’amore è più forte e non ci si ferma alle ferite ricevute.

E torniamo al nostro quesito iniziale: cosa si intende per misericordia? Se il termine latino lo lega fortemente al cuore (misericordia(m), composto da miserere “aver pietà”, “commiserare” e cor/cordis “cuore”, cioè, “avere il cuore impietosito per la miseria altrui” o “porre il cuore sulla miseria”), l’originale ebraico lo lega maggiormente al grembo materno (hesed, un amore che non molla, una fedeltà amorosa; oppure rachamim, una compassione viscerale e profonda, grembo materno).

Misericordia, dunque, è vivere l’esperienza di un parto, un’esperienza certamente dolorosa, che pur “stracciando” la carne, dona una nuova vita, una gioia maggiore del dolore. Perdonare, essere misericordiosi, dunque, non significa lasciarci indifferenti, far finta di nulla. Un uomo misericordioso è un uomo ferito ma che sa guardare oltre le proprie ferite.

Fare esperienza del Risorto è un “parto” misericordioso, un credere in nuovi inizi e, per questo, ogni anno la chiesa ci ricorda che il primo frutto della Pasqua è non fermarsi alle ferite. Diamo volto alla misericordia, iniziamo “almeno” a pregare per chi ci ha feriti… in attesa di “partorire” relazioni nuove, relazioni redente!

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