In questi giorni in cui la febbre dei Mondiali contagia il pianeta, è facile lasciarsi abbagliare dai grandi stadi e dalle storie dei singoli campioni. C’è un fotografo documentarista di livello internazionale, Matteo de Mayda, che con il suo progetto “There is no world without football” ha deciso di cercare la vera anima di questo sport. Il suo obiettivo non è raccontare la cronaca di una partita, ma mostrare il calcio come una lingua universale, un rito collettivo capace di unire persone e popoli diversi a qualsiasi latitudine.
Lo scatto che analizziamo questa settimana, è il manifesto perfetto di questo concetto. La foto è stata scattata a Roma, ma questo dettaglio passa quasi in secondo piano. La stanza che vediamo, con i suoi colori e la sua energia, potrebbe trovarsi in qualsiasi altra città del mondo. E’ la dimostrazione visiva di come i confini geografici si azzerino in un attimo quando c’è di mezzo una passione comune. Quel locale diventa un pezzo di terra condivisa, uno spazio sospeso dove un intero popolo si stringe e si riconosce, a prescindere dal punto esatto della mappa in cui si trova.
L’analisi visiva ci porta dentro la verità dell’emozione. Gli sguardi di tutte le persone – uomini, donne, anziani e bambini – sono magneticamente rivolti verso l’alto, uniti in una tensione comune. C’è chi stringe i pugni, chi urla per un’azione sfiorata, chi sventola una piccola bandiera. De Mayda sceglie di non mostrarci lo schermo, lasciando che siano i volti a raccontare la partita. Le magliette colorate dei tifosi accendono l’ambiente, trasformando un luogo qualunque in una curva da stadio, un rifugio dove sentirsi a casa.
È proprio in questa atmosfera che si nasconde il significato più profondo della fotografia. I Mondiali hanno questo potere unico, riescono a creare ponti invisibili, ad annullare i chilometri di distanza e a far sentire unite persone che vivono lontane dalle proprie radici.
In un momento storico in cui i confini sembrano dividere, il calcio si riscopre come un collante sociale ed emotivo straordinario, un pretesto per fare comunità e per riconoscersi nell’altro.
Un grande scatto non ha bisogno di catturare il gesto tecnico perfetto. Questa foto vince perché documenta l’unione profonda di un popolo. Matteo de Mayda ci ricorda che la fotografia è uno specchio dell’umanità e che, quando un pallone rotola dall’altra parte del pianeta, il mondo intero si ritrova unito a respirare all’unisono nella stanza di un locale

Credits Photo Matteo de Mayda
(pagina Instagram: @demayda)
[“SCATTA” È UNA RUBRICA NATA PER VALORIZZARE L’ARTE FOTOGRAFICA E RACCONTARE IL SINGOLO SCATTO E LA PROFESSIONALITÀ CHE C’È DIETRO, NON VI È ALCUNO SCOPO COMMERCIALE ALLA BASE DI QUESTO LAVORO EDITORIALE]