Trecentocinquanta. Questo è il numero degli omicidi di persone trans e di genere “non conforme” nel mondo ogni anno secondo il progetto di ricerca Trans Murder Monitoring. I dati, però, potrebbero essere addirittura sottostimati. Il motivo riguarda il cosiddetto “sommerso”, ovvero l’insieme di denunce mai fatte. Secondo l’UE, in Europa 1 persona su 10 dichiara di aver subito violenze motivate dall’odio per il proprio orientamento sessuale, oltre il 50% degli intervistati ha invece subito molestie o insulti.
In Italia, in particolare, secondo i dati di alcuni servizi come Gay Help Line, oltre la metà delle persone che chiede aiuto ha subito violenze e ben il 38% sono avvenute in casa. Ancora, secondo altre ricerche, il 40% del campione è stato discriminato a lavoro per via dell’orientamento sessuale con conseguenze che arrivano anche alla perdita del contratto. I report europei, tuttavia, segnalano che solo il 17% delle vittime decide di sporgere denuncia.
Il caso di Camaiore e del duplice omicidio di un ragazzo gay e di sua madre da parte dello stesso padre e marito, oggi deve essere letto come un manifesto di un qualcosa che non è più un semplice caso. La violenza contro chi è considerato “sbagliato” non è solo fisica ma sociale.
Un calderone esplosivo che coinvolge anche gli affetti più cari. Non sono numeri, sono vite, spesso spezzate o comunque martoriate. Un buco nero di (in)civiltà che rischia di inghiottire un intero segmento della popolazione.