Il caffè che ci costa caro: quando l’aumento della materia prima può diventare una scusa per speculare

Un mercato in cui è difficile ormai capire dove ci siano responsabilità

di Fabio Iuorio

C’è una cosa che gli italiani fanno ogni mattina, quasi senza pensarci: ordinano un caffè. Al bar sotto casa, alla macchinetta dell’ufficio, con la moka sul fuoco prima di uscire, un rituale che attraversa svariate generazioni. Ed è proprio su quel gesto, su quella piccola certezza quotidiana, che negli ultimi mesi si è abbattuta una pressione silenziosa ma concreta: il prezzo del caffè è aumentato. Al supermercato, al bar, ovunque. E la spiegazione che circola, quella che si sente ripetere dai commercianti, dai media, dalle aziende, è sempre la stessa: la colpa è della materia prima. I prezzi del caffè verde sui mercati internazionali sono saliti, quindi tutto il resto è salito di conseguenza. 

Peccato che la storia non finisca lì. Peccato che, a guardare con attenzione i numeri, emerga qualcosa di meno lineare e molto più scomodo: la materia prima è effettivamente aumentata, ma gli aumenti che hanno raggiunto il consumatore finale sono spesso sproporzionati rispetto a quelli reali del prodotto di base. In mezzo, tra il chicco verde che arriva dai paesi produttori e la tazzina che viene posata sul bancone, esiste una filiera complessa composta da torrefattori, intermediari, distributori, grande distribuzione e pubblici esercizi, ognuno dei quali ha dovuto fare i conti non solo con l’aumento della materia prima, ma anche con rincari legati all’energia, ai trasporti, agli imballaggi e al costo del lavoro. La scarsa trasparenza nella formazione dei prezzi, tuttavia, rende difficile comprendere quanto degli aumenti finali sia effettivamente riconducibile ai maggiori costi e quanto, invece, a strategie commerciali che hanno contribuito ad amplificare il rincaro percepito dai consumatori. Il risultato è che il consumatore paga, e paga più del dovuto, senza avere gli strumenti per capire quanto di quell’aumento sia reale e quanto sia opportunismo.

Gli aumenti ci sono stati, questo è fuori discussione. Ma una cosa è l’aumento del caffè come materia prima, un’altra è il prezzo che paghiamo al supermercato o al bar. In molti casi gli aumenti registrati dal consumatore finale sono risultati superiori al semplice rincaro della materia prima, un fenomeno che non implica necessariamente comportamenti scorretti, ma che evidenzia come il prezzo finale dipenda da una molteplicità di costi e decisioni commerciali che spesso restano poco comprensibili per chi acquista.

La domanda che fa abbastanza rumore e che nessuno pone, quindi, è: chi beneficia della differenza? La risposta è distribuita lungo tutta la filiera e ognuno ha la sua parte. I grandi torrefattori hanno aumentato i prezzi di listino ai distributori, spesso in misura superiore all’incremento della materia prima; i distributori hanno trasferito quegli aumenti alle catene della grande distribuzione organizzata, aggiungendo qualcosa di proprio; la GDO ha rivisto i prezzi a scaffale, spesso con rincari che non trovano giustificazione nei soli costi d’acquisto. E i bar hanno colto l’occasione per portare la tazzina a cifre che, fino a pochi anni fa, avrebbero sembrato fuori scala in buona parte del Paese. Ogni anello della catena ha fatto la propria parte, e il consumatore finale ha pagato la somma di tutti questi ricarichi.

Il consumatore che va al bar non sa quanto costa il caffè verde in quel momento sui mercati internazionali, non sa quanto il suo barista paga il pacchetto di miscela, non sa quali siano i margini di ogni passaggio. Sa solo che oggi il caffè costa più di ieri, e che la spiegazione che gli viene data, ovvero “la materia prima è aumentata”, suona plausibile perché vera, almeno in parte. È questa parzialità della verità che rende la speculazione così efficace: non richiede di mentire, richiede solo di dire una cosa vera fermandosi prima di dirla tutta.  A questo punto quindi vale la pena chiedersi anche dove siano le istituzioni preposte a vigilare sui prezzi e sulla concorrenza.

L’Antitrust italiano ha poteri di intervento in caso di pratiche commerciali scorrette o di comportamenti collusivi tra operatori dello stesso settore, ma ognuno può dire, in buona fede o meno, di aver semplicemente adeguato i propri prezzi alle condizioni di mercato. Il risultato finale per il consumatore è lo stesso, ma la responsabilità si diluisce fino a diventare quasi invisibile. Vale la pena chiedersi, ora, quale possa essere il ruolo delle istituzioni: l’Antitrust può intervenire in presenza di pratiche commerciali scorrette o accordi anticoncorrenziali, ma non può agire semplicemente perché i prezzi aumentano. In un mercato caratterizzato da molteplici fattori di costo e da decisioni autonome dei singoli operatori, individuare eventuali responsabilità non è semplice. Resta però aperta una questione di trasparenza perchè il consumatore dispone di pochi strumenti per comprendere come si formi il prezzo finale e quale sia il peso reale dei diversi passaggi che lo determinano.

C’è poi una dimensione culturale in questa storia che vale la pena nominare. Il caffè in Italia non è solo una bevanda, è un rito, una forma di socialità che ha attraversato decenni di storia economica del Paese. Il caffè al bar è stato per generazioni uno dei pochi lussi accessibili a tutti, ma quando quel gesto diventa economicamente pesante per chi ha redditi bassi, quando la tazzina comincia a pesare sul bilancio familiare di chi già fa i conti con affitti, bollette e spesa alimentare, qualcosa si rompe. Non è solo una questione di soldi, è la perdita di un pezzo di quotidianità che si credeva intoccabile. Ed è significativo che a pagarne il prezzo più alto siano, come quasi sempre, le fasce più vulnerabili della popolazione, quelle che non possono permettersi di scegliere, di rinunciare, di trovare alternative.

La materia prima è aumentata, questo è vero. Ma la verità è che su quell’aumento reale si è costruita una sovrastruttura di rincari opportunistici che nessuno ha avuto interesse a smontare, perché a ogni livello della filiera conveniva lasciare le cose come stavano. Il consumatore finale, come spesso accade, è rimasto da solo a pagare il conto, senza informazioni sufficienti per capire quanto fosse giusto, senza voce abbastanza forte per protestare, senza istituzioni abbastanza presenti per tutelarlo. Ogni mattina, al bancone di un bar o davanti allo scaffale del supermercato, stiamo pagando non solo il caffè, ma anche il costo di un sistema in cui la trasparenza è un optional e la speculazione si chiama “adeguamento al mercato”. E forse è il momento di cominciare a chiamarla con il suo nome.

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