Il 20 maggio 1928 rappresenta una data significativa nella storia della spedizione polare del dirigibile Italia, guidata dall’ingegnere e aviatore Umberto Nobile. In quel giorno l’aeronave si trovava alla Baia del Re, nelle isole Svalbard, dopo aver già compiuto due voli esplorativi sull’Artico e mentre l’equipaggio preparava la fase più ambiziosa della missione: il volo verso il Polo Nord. La spedizione era entrata nel momento decisivo, quello in cui le osservazioni raccolte, le condizioni meteorologiche e le verifiche tecniche avrebbero determinato la possibilità di tentare l’impresa finale.
La missione dell’Italia nacque come sviluppo della precedente esperienza del dirigibile Norge, con il quale Nobile aveva sorvolato il Polo Nord nel 1926 insieme a Roald Amundsen e Lincoln Ellsworth. Due anni dopo, il generale italiano volle organizzare una nuova spedizione, questa volta con una più marcata impostazione scientifica. Il dirigibile N-4, ribattezzato Italia, partì da Milano il 15 aprile 1928 e raggiunse la Baia del Re il 6 maggio, dove era predisposta la base operativa artica con il sostegno della nave appoggio Città di Milano.
Il contesto della spedizione è fondamentale per comprenderne il valore. Gli anni Venti del Novecento furono caratterizzati da un forte interesse verso le regioni polari, alimentato dalle imprese di esploratori come Roald Amundsen, Robert Peary e Richard Byrd. Nobile propose un approccio moderno: utilizzare il dirigibile non solo come mezzo di trasporto, ma come vera piattaforma scientifica volante. L’aeronave consentiva di coprire distanze molto vaste, osservare dall’alto la morfologia dei ghiacci, raccogliere dati meteorologici e geografici e raggiungere zone difficilmente accessibili con i mezzi terrestri o navali dell’epoca.
Il programma della spedizione era multidisciplinare. L’equipaggio comprendeva ufficiali, tecnici, motoristi, radiotelegrafisti e scienziati, tra cui il meteorologo svedese Finn Malmgren, il fisico italiano Aldo Pontremoli e il fisico cecoslovacco František Běhounek. Gli obiettivi scientifici riguardavano la geografia, la geofisica, la meteorologia, l’oceanografia, la gravimetria, il magnetismo terrestre e lo studio della propagazione delle onde elettromagnetiche nelle regioni polari.
Prima del 20 maggio, l’Italia aveva già svolto due voli esplorativi. Il primo, l’11 maggio, fu interrotto dopo poche ore a causa del maltempo e di difficoltà tecniche. Il secondo, tra il 15 e il 18 maggio, ebbe invece maggiore successo: l’aeronave percorse circa 4.000 chilometri, spingendosi verso la Terra di Nicola II, oggi Severnaja Zemlja, e raccogliendo osservazioni su aree artiche ancora poco conosciute. Il 20 maggio, dunque, la spedizione si trovava in una fase di attesa operativa e preparazione: i dati raccolti venivano valutati, il dirigibile veniva controllato e l’equipaggio si preparava al tentativo più importante.
La scelta di proseguire verso il Polo Nord richiedeva particolare prudenza. La navigazione aerea nell’Artico era esposta a rischi continui: venti improvvisi, nebbia, ghiaccio, variazioni di pressione e difficoltà di orientamento su distese bianche quasi prive di riferimenti. Il 20 maggio fu quindi uno di quei giorni meno spettacolari ma decisivi, nei quali la riuscita di una grande impresa dipendeva dalla preparazione tecnica, dalla valutazione meteorologica e dalla capacità di gestione del rischio.
Tre giorni dopo, il 23 maggio 1928, l’Italia decollò dalla Baia del Re per il suo terzo e ultimo volo. Nelle prime ore del 24 maggio raggiunse il Polo Nord, dove l’equipaggio lanciò sul ghiaccio la bandiera italiana, quella di Milano e una croce donata da papa Pio XI. Le condizioni atmosferiche impedirono però la discesa prevista di alcuni uomini sul pack per effettuare misurazioni scientifiche dirette. Durante il viaggio di ritorno, il 25 maggio, l’aeronave urtò violentemente la banchisa artica. L’incidente trasformò la spedizione in una delle vicende più drammatiche dell’esplorazione polare. Una parte dell’equipaggio precipitò sul ghiaccio con la gondola; altri uomini rimasero intrappolati nell’involucro del dirigibile, che alleggerito dall’impatto si sollevò nuovamente e scomparve tra le nubi. I superstiti riuscirono a recuperare viveri, una radio e una tenda, poi tinta di rosso per essere più visibile. Da quella tenda, passata alla storia come la “Tenda Rossa”, iniziò una lunga attesa sul pack.
Il marconista Giuseppe Biagi riuscì a trasmettere segnali di soccorso con la radio Ondina 33. La vicenda diede origine a una vasta operazione internazionale di salvataggio, alla quale parteciparono uomini e mezzi di diversi Paesi. Anche Roald Amundsen partì per prendere parte alle ricerche, ma scomparve durante il volo tra Tromsø e le Svalbard. Gli ultimi superstiti furono salvati il 12 luglio 1928 dal rompighiaccio sovietico Krassin.
L’importanza scientifica della spedizione Italia resta rilevante, anche se la tragedia impedì di valorizzare pienamente tutti i risultati. La morte di Malmgren, la scomparsa di Pontremoli e la perdita di strumenti e documenti limitarono l’analisi dei dati raccolti. Tuttavia, la missione contribuì agli studi sulla meteorologia artica, sulla deriva dei ghiacci, sulla fisica dell’atmosfera e sulle comunicazioni radio in ambienti estremi.
La spedizione lasciò un’eredità profonda nella storia dell’esplorazione scientifica e dell’aeronautica italiana. Essa mostrò le potenzialità dei dirigibili come strumenti di osservazione e ricerca, ma anche i limiti di una tecnologia fragile di fronte alle condizioni estreme dell’Artico. Umberto Nobile rimane una figura centrale di questa storia: ingegnere, comandante e pioniere, capace di unire competenza tecnica, ambizione scientifica e coraggio in una delle imprese più complesse del Novecento.