Il golpe fallito del 1992: la parabola politica di Hugo Chávez

Fonti: Ecured.cu, The New Yorker, Jstor

di Domenico Colella

Il 4 febbraio 1992 resta una data spartiacque nella storia contemporanea del Venezuela: in quel giorno un gruppo di ufficiali dell’esercito, guidati dal tenente colonnello Hugo Chávez Frías, tentò di rovesciare il governo del presidente Carlos Andrés Pérez. L’episodio, pur militarmente fallito, segnò l’inizio della stagione politica che avrebbe portato Chávez dalla prigione al palazzo presidenziale, trasformando profondamente la politica, l’economia e la società venezuelana.

Per capire il perché del tentativo golpista, però, è necessario tornare agli anni Ottanta e ai primi anni Novanta: il Venezuela usciva da un decennio in cui i proventi petroliferi avevano alimentato un rapido sviluppo e ampi programmi sociali, ma la caduta dei prezzi del petrolio, l’aumento dell’indebitamento e le politiche di aggiustamento economico imposte e adottate alla fine degli anni Ottanta provocarono un marcato peggioramento delle condizioni di vita per ampie fasce della popolazione. Le misure di liberalizzazione e i tagli alle sovvenzioni decisi dal governo Pérez provocarono un’ondata di malcontento culminata nel “Caracazo” del 1989, violente sommosse popolari e repressione statale che lasciarono una ferita profonda nella percezione pubblica delle élite politiche. È in questo terreno di crisi economica, disillusione democratica e scandali di corruzione che si sviluppò la base sociale e ideologica del Movimento Bolivariano Revolucionario 200 (MBR-200), l’organizzazione militare-politica che Chávez aveva contribuito a fondare.

La congiura, pianificata per colpire punti chiave della capitale e altri centri strategici del paese fu lanciata nelle prime ore del 4 febbraio 1992. Cinque unità dell’esercito, sotto il comando di giovani ufficiali tra cui Hugo Chávez e Francisco Arias Cárdenas, avanzarono su obiettivi come il Palacio de Miraflores (la residenza presidenziale), l’aeroporto militare di La Carlota e sedi di comunicazione e governo in diverse città (Caracas, Maracay, Maracaibo, Valencia). L’operazione incontrò però numerosi problemi: l’appoggio militare era limitato, la comunicazione fra le forze golpiste venne meno, si verificarono defezioni e tradimenti e l’assalto non riuscì a raggiungere l’obiettivo principale: la cattura del presidente Pérez al suo rientro da un viaggio all’estero. Il tentativo degenerò in scontri urbani che causarono decine di morti e numerosi feriti.

Il momento che entrò nella memoria collettiva avvenne dopo che il golpe era già compromesso: Chávez compare in televisione, in uniforme, per annunciare la resa dei suoi e pronunciò la frase che avrebbe avuto risonanza nazionale e posteriore: «si fracassaron nuestros objetivos… por ahora» («i nostri obiettivi non sono andati a buon fine… per adesso»). Quell’“por ahora” venne interpretato come promessa di non arrendersi politicamente e contribuì a trasformare un militare sconfitto in un simbolo di opposizione alla classe politica tradizionale.

Dopo il fallimento, Chávez e i principali capi golpisti furono arrestati e processati secondo la giustizia militare; ufficialmente il bilancio degli scontri fu di diverse decine di morti e numerosi feriti, mentre migliaia di persone furono temporaneamente detenute o censurate dalla stampa. La reazione dello Stato combinò misure di ordine pubblico e un tentativo di mantenere la legittimità istituzionale, ma il danno d’immagine per l’establishment politico fu importante: malcontento sociale, accuse di corruzione e una crescente perdita di fiducia nel sistema bipartitico del cosiddetto “Punto Fijo” avrebbero alimentato fratture politiche profonde.

Paradossalmente, l’arresto non cancellò l’aura politica di Chávez; al contrario, la sua figura guadagnò visibilità e legittimità presso strati della popolazione impoverita. La narrazione costruita attorno all’idea di un rinnovamento ispirato ai miti bolivariani – combinata con l’abilità retorica di Chávez e l’uso simbolico dell’episodio del 4-F – creò le condizioni perché il leader militare potesse, una volta liberato, tradurre quel capitale simbolico in una carriera politica formale.

Nel frattempo, la fragilità del governo di Carlos Andrés Pérez si accentuò: accuse di corruzione e scandali costarono al presidente la caduta definitiva (fu destituito nel 1993), e l’instabilità favorì l’ascesa di attori politici alternativi.

Nel 1993 il presidente Rafael Caldera, vincitore delle elezioni successive, concesse l’amnistia ai golpisti, permettendo la liberazione di Chávez. Quella scelta, motivata da ragioni politiche complesse e dal desiderio di normalizzare la scena istituzionale, permise a Chávez di ricostruire la sua immagine pubblica in vista delle elezioni presidenziali del 1998, che avrebbe poi vinto con un programma nazionalista-populista che denunciava corruzione, ingiustizia sociale e dipendenza petrolifera.

Il 4 febbraio 1992 è spesso letto come il momento iniziale di una trasformazione che avrebbe portato alla crisi del sistema politico tradizionale venezuelano e infine all’instaurazione del cosiddetto “chavismo”. Alcuni storici osservano che Chávez «fallì militarmente, ma ebbe successo politicamente»: il golpe, pur non riuscendo nel suo scopo immediato, divenne una potente narrazione fondativa che Chávez e i suoi alleati sfruttarono per mobilitare consenso popolare. Allo stesso tempo, la vicenda riassume i paradossi delle transizioni democratiche: crisi economiche e percepite ingiustizie possono erodere il consenso verso le istituzioni e aprire la strada a rotture radicali, non necessariamente pacifiche.

La tentata insurrezione del 4 febbraio 1992 fu un evento politico e simbolico che trasformò il destino del Venezuela. Dalla fragilità economica e dall’indignazione sociale nacque un movimento che avrebbe rimodellato le regole del gioco politico nel paese per decenni. Analizzare oggi quel fatto significa non solo ricordare i giorni concitati di sangue e paura, ma anche capire come si formano le leadership che sanno convertire una sconfitta in piattaforma di riscatto politico, con conseguenze che si riverberano ben oltre il singolo atto rivoluzionario.

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