“Il ragazzo dai pantaloni rosa”: il film sul demone del bullismo

La recensione del film tratto dal libro di successo di Teresa Manes

di Milena Liberti

Andrea Spezzacatena è un tredicenne attento, studioso, sensibile e premuroso nei confronti del fratello più piccolo Daniele. Andrea vive in una famiglia inizialmente serena che, tuttavia, ben presto attraversa la crisi del rapporto coniugale che poi porterà al divorzio. A scuola incontra Sara, quella che poi sarà l’amica del cuore con la quale condividerà momenti sereni. Ma incontra anche Christian, ripetente, un bel ragazzo, dall’apparente fare sicuro e con cui Andrea desidera diventare amico. Christian sfrutta l’amicizia di Andrea per il suo tornaconto fino all’epilogo drammatico. Tutto comincia da un paio di pantaloni rossi scoloriti dalla madre durante un lavaggio e diventati rosa. Andrea, a quel punto, si trova in un calvario infinito di insulti omofobici, perpetrati soprattutto da Christian e dai suoi amici, che lo porterà a farlo diventare lo zimbello di tutta la scuola, oltre che sui social. Andrea, infine, sceglie di togliersi la vita. Il film è tratto da questa storia vera.

La madre Teresa Manes, colpita da un dolore immenso, ha scritto il libro “Andrea oltre il pantalone rosa”, da cui è tratto il film, ed ha voluto portare nelle scuole il suo messaggio di dolore affinché non esistano più tali crudeltà. La regia è stata curata da Margerita Ferri, non nuova nel raccontare denunce sociali, mentre la sceneggiatura è di Roberto Proia. La regista ha scelto di far parlare il protagonista Andrea post mortem e in prima persona. Questa scelta registica non dà al racconto una dimensione temporale, ma coinvolge lo spettatore attraverso uno sguardo narrativo privilegiato e restituisce un’immagine del ragazzo diventato adulto. Tutta la sceneggiatura è stata pensata per coinvolgere lo spettatore emotivamente e per farlo  immedesimare nel protagonista.

L’incipit del film: “Oggi avrei avuto 27 anni. Avrei avuto. Se non avessi avuto l’idea di“, non a caso, è molto forte. Fin dall’inizio, la pellicola dà l’idea della tragedia incombente, anche se la storia è molto nota sia per il battage pubblicitario prima dell’uscita del film, sia perché il tema che tratta è delicato e più diffuso di quanto si pensi. La regista, sfruttando l’inquadratura dei primi piani di Christian (Andrea Arru ricopre questo scomodo ruolo), mette in risalto un ghigno perpetuo sul suo volto, ma anche la solitudine e la tristezza che ne spiegano la malvagità. Le inquadrature di Andrea (interpretato invece da Samuele Carrino) soprattutto in primo piano mettono in evidenza la sua maturità, anche nei confronti col padre, in alcuni dialoghi molto profondi.

Il film non è un capolavoro ma denuncia un storia drammatica, il diffondersi del pettegolezzo amplificato oggi dai social: come dice il protagonista, “la tecnologia ti insegue ovunque” e non serve cambiare scuola perché il bollino che ti viene appiccicato arriva prima di te. Il rallenty delle immagini evidenzia ancora di più i soprusi ricevuti da Andrea.

Il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo è purtroppo una piaga che turba la serenità di molti adolescenti, è importante parlarne continuamente. Questo film, seppur con qualche defaillance, mette bene in luce il problema. La mamma di Andrea ha assunto il gravoso  compito di girare per le scuole, invitando i ragazzi a non vergognarsi, ma a parlarne con gli adulti, perché solo confessando ad un adulto lo stato d’animo la vittima può essere aiutata ed uscire dalla profonda ambascia che la attanaglia. Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

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