La Commemorazione dei defunti: “La morte, una povertà che ti rende ricco”

Riflessione dietro ad una delle tradizioni religiose più sentite dalla cristianità

di Padre Raffaele Abagnale

L’uomo, che da sempre ha cercato il segreto dell’immortalità, deve inevitabilmente scontrarsi contro una realtà: morire. La sua ricerca di benessere, il suo successo, le varie scoperte scientifiche, mirano ad un posto nell’eterno. Eppure, per quanto si affanni quotidianamente a combattere e superare questo limite, l’unica cosa ragionevole da fare è arrendersi, una resa che non è sconfitta ma presa di consapevolezza. La morte, infatti, è una realtà dalla quale “null’homo vivente po scampare”. Così canta il Poverello d’Assisi che, per primo, osa addirittura chiamarla “sorella”.

Ma la morte, è veramente la fine di tutto? Uno dei brani proposti dalla liturgia nel giorno della commemorazione dei defunti è l’inizio del discorso della montagna di Gesù, meglio conosciuto come il discorso sulle beatitudini. Detto tra noi, dire che uno è beato se è povero, se soffre fame e/o ingiustizie varie, è proprio una follia. Ma sicuro che questo è il suo più profondo significato?

Per meglio comprenderlo ci soffermiamo solo sulla prima: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli“. Innanzitutto, va specificato che le beatitudini non sono una strada alla felicità per una condizione “negativa”. Essere beati (la traduzione migliore potrebbe essere felici) per la povertà non significa godere di una sorte infelice quale la carenza di ricchezze. La beatitudine proietta ad una condizione futura, stabile, eterna. Essa (o meglio dire, “esse”) invitano l’uomo d’oggi a non disperare dinanzi ad una ingiustizia quale (nel nostro caso, la povertà). La sua vera ed autentica ricchezza non sta nelle cose passeggere ma in quelle future.

L’uomo capace di proiezione già gode di una ricchezza: la non arrendevolezza. La promessa ad essa affiancata, infatti, è il possesso del Regno, una condizione dove non c’è né pianto né lutto.

E allora, cosa fare? Attendere che la morte possa mettere a tacere questa infame sorte? Assolutamente no. Essa richiama ad una condizione di povertà quale il rigetto dell’autoreferenzialismo. Il povero, infatti, è colui che riconosce di aver bisogno. Tende la mano. Sapere di non bastare a se stesso, aiuta inevitabilmente a ricercare aiuto e, di conseguenza, a creare comunità.

La morte, letta in quest’ottica, è una vera ricchezza che ci aiuta a non vivere come se non ci fosse un domani, a stringere alleanze con il fratello accanto, a smettere di credere che il mondo è nelle nostre mani. Vivere da poveri, secondo lo spirito del Vangelo, ci permette di essere veramente ricchi perché l’altro, e soprattutto l’Altro, sono un bene innegoziabile.

Diamo volto a questa Parola. Smettiamo di vivere come non ci fosse un domani. Godiamo delle relazioni. Tendiamo la mano a chi è solo e disperato. Siamo ricchi della bellezza di ciascuno… non diventiamo indigenti chiudendoci in noi stessi.

Siate poveri, arricchitevi seminando nel cuore della vostra città la bellezza del vostro essere.

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