La cultura quando manca la luce

A Cuba c'è una cultura che resiste, nonostante tutto

di Maria Pia Napolitano

La storia della cultura è la storia del buio. Il blues nasce dalla schiavitù. Il jazz dalla segregazione razziale del Sud americano. Dada dalla Grande Guerra, dal trauma collettivo di una generazione che aveva visto la civiltà occidentale distruggersi da sola. Il neorealismo italiano dal fascismo e dalle macerie. La nueva trova cubana dalla rivoluzione stessa: dentro i suoi limiti, contro i suoi limiti, usando i suoi limiti come materia prima. Le avanguardie, le rotture non nascono nei momenti di abbondanza. Nascono quando non c’è altra scelta che inventare un linguaggio nuovo.

Cuba va al buio venti ore al giorno. Un blocco americano dei combustibili ha spento il sistema energetico dell’isola e con esso ogni infrastruttura della vita quotidiana. Sarebbe storicamente disonesto concludere che la cultura cubana si stia spegnendo. Più probabile è che stia già cambiando forma, come ha sempre fatto. Leonardo Padura scriveva sotto la contraddizione di un regime che lo censurava e lo celebrava nello stesso momento, da quella tensione ha tratto una delle voci più lucide del continente. Tomás Gutiérrez Alea girava film contro lo Stato con i soldi dello Stato, il risultato era cinema che il mondo ha studiato per decenni. Il son cubano è sopravvissuto a colonialismo, dittatura, embargo, povertà endemica. La cultura che nasce dalla scarsità ha una densità che quella dell’abbondanza quasi mai raggiunge, perché ogni parola, ogni nota porta il peso reale di ciò che è costato produrle.

Non è un fenomeno solo cubano. Esistono, ovunque, realtà che operano senza risorse adeguate, senza spazi stabili, senza riconoscimento istituzionale e che continuano testardamente, con inventiva e creatività ostinate, a tenere viva la cultura nei territori che le istituzioni hanno lasciato soli. Non per eroismo. Per necessità. Perché sanno, per esperienza diretta, che dove la cultura smette di abitare uno spazio, quello spazio si svuota di senso. Questa R-Esistenza (resistenza ed esistenza insieme) è la forma più concreta e meno celebrata di pratica culturale reale.

Il problema non è chi non ha risorse ma le usa tutte. Il problema è chi le risorse le ha e sceglie la superficie. Abbiamo accesso illimitato a letteratura, cinema, musica, pensiero e abbiamo scelto il frammento, la velocità, la distrazione continua, la conferma invece della domanda, il consenso invece dell’attrito. Non per mancanza di mezzi. Per mancanza di disponibilità interiore a essere cambiati da quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo. Il rischio più grande non è il buio materiale. È smettere lentamente di accorgerci del vuoto mentre tutte le luci sono ancora accese.

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