Giunti ai piedi del presbiterio, così denominato perché sede dei presbiteri, ai ministri sacri, il fedele si imbatte in una realtà nuova: l’altare. Dopo quella prima mensa che gli ha parlato, l’ambone, dove il credente ha potuto sperimentare la presenza del Signore Gesù, Verbo eterno del Padre, il cammino del pellegrino lo conduce ad una nuova esperienza: farsi offerta. Su quei doni riposti sull’altare, il pane e vino, segni della fatica e del lavoro dell’uomo, il sacerdote innalzando particolari preghiere, chiede al Signore che gli possa donare il Corpo e Sangue di Gesù.
L’altare, che troneggia al centro del presbiterio, invita pertanto l’uomo ad imparare a donarsi, un atteggiamento che acquisisce dallo stesso dono che sta per ricevere.
Nei primi secoli del cristianesimo l’altare era significato da un sarcofago contenente i resti di un santo martire. Se ad un occhio distratto appariva come luogo di morte, l’uomo di Dio sperimentava, in quella “tomba”, l’emblema di una vita donata. Oggi, pur avendo al suo interno reliquie di santi, l’altare è una base in legno o pietra, fissa o mobile, ma che non cambia nella sua essenza il suo autentico significato.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto l’etimologia del termine “altare” richiama all’antica pratica di bruciare ed offrire sacrifici, per lo più carni di animale. Presente in diversi culture e religioni, ha una funzione propiziatoria. Il fedele desidera attirare l’attenzione della divinità per ricevere un beneficio o per espiare un peccato. Nella cristianità questo significato si arricchisce in modo sorprendete di una senso di gratuità. Ciò che si faceva come atto di riparazione diviene, con Cristo, un atto di accoglienza.
La vittima e l’altare sono Cristo stesso che si offre a coloro che lo invocano. Non più qualcosa di esterno, di estraneo al fedele ma Egli stesso che si fa lode, dono, riparazione, nutrimento. Sembra riascoltare le parole di Gesù che quando, alla richiesta dei discepoli di rimandare la folla affamata perché potesse procurarsi del cibo, il Rabbì rispose: “Date loro voi stessi da mangiare…” (cfr. Mc 6,30-44).
L’offerta, dunque, è la nostra stessa persona. L’uomo ha bisogno di nutrirsi di ciò che si è piuttosto di ciò che si ha. In un mondo con una mentalità “scaricabarile”, l’altare ci ricorda la necessità di farci dono, di non rimandare ad altri il bene che possiamo compiere. Come Gesù sull’altare, così ogni uomo, credente o meno, ha la vocazione del farsi dono.
C’è, allo stesso tempo, qualcuno che ha bisogno di nutrirsi di voi, delle vostre capacità, dei vostri talenti, del vostro tempo. Tirarsi indietro è accrescere la fame nel mondo non solo di pane ma di fraternità. Come una mamma non può sottrarsi al “dovere” di lasciarsi succhiare dal proprio bambino, così ogni uomo deve permettere al proprio fratello (e deve riconoscerlo tale) di farsi mangiare nella carità. Questo atto non solo non annulla l’uomo (come non può mai avvenire per l’Eucarestia) ma gli manifesta la sua vera e più nobile vocazione: donarsi.
L’altare, in un certo qual senso, ci ricorda che siamo “vasi comunicatori”. Quei doni offerti in semplicità ci immergono in una realtà più grande fino ad accrescere noi stessi. Semplice pane e vino, offerti con sudore e sacrificio, vengono restituiti in Corpo e Sangue di Gesù aumentando la nostra dignità di uomini e figli.
“O uomo, ogni volta che offri ciò che hai, con gioia e libertà, il tuo cuore e la tua vita non solo non si impoveriscono ma tu stesso divieni più ricco di carità”. È proprio nell’atto del donare, sempre ricordando la nostra madre che ci ha donato la vita, che si riscopre di aver in cambio un bene senza eguali.
E allora, passate dall’ascolto al dono. Non restare in una conoscenza puramente teorica della felicità, non dire a te stesso: “lo so cosa devo fare” e poi ti chiudi nella pigrizia e nella negligenza. Salite ancora qualche gradino, alzate l’asticella della tua vita. Offrite. E non qualcosa, offrite voi stessi in un mondo che sa solo chiedere.
Non dite: “mica posso cambiare il mondo con la mia povera offerta?”. Offrite e, cambiando voi stessi in un mondo che fatica a mutare rotta, vi sentirete sempre più ricchi di una vita meravigliosa che vi è stata data per essere spesa. Non lasciate che il mondo vi cambia con la sua noia, cambiatelo col vostro sorriso. Anche voi, insieme al salmista, ripetete a voi stessi e agli altri: “Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore”. (Sal 116,12-13)