“L’ambone”: parla, il tuo servo ti ascolta

L'ambone ha sostituito il famoso pulpito

di Padre Raffaele Abagnale

Lampada per i miei passi

è la tua parola,

luce sul mio cammino (Sal 119,105)

 

C’è un detto popolare che, di fronte all’incoerenza di qualcuno cita: “da che pulpito arriva la predica!”. Il pulpito, questa “parolaccia” che richiama un vecchio luogo in alto da dove si proclamava la Parola divina con il seguire dell’omelia, la predica per l’appunto. Messo in alto, permetteva al lettore e/o predicatore di far udire tutta la sua voce in un’epoche ove non esisteva ancora l’amplificazione.

Tutto ciò oggi non è più necessario e, pur restando qualche gradino più in alto dell’assemblea, e possibilmente fuori dal presbiterio, ha preso il suo posto l’ambone. L’etimologia del termine richiama proprio ad un luogo leggermente elevato che permette una maggior visibilità e, allo stesso tempo, elevatezza alla Parola.

Al fedele che, mosso da una spinta interiore ad entrare in un luogo di mistero, è richiesto un certo atteggiamento di ascolto. È qui che egli fa esperienza di connessione con Dio che gli parla, che desidera manifestargli la sua volontà. È qui che si vive il primo comandamento, quello “Shemà Israel”, “Ascolta Israele” (Dt 6,4).

All’uomo che desidera dare risposte alle tante domande del cuore, l’ambone rappresenta il luogo delle risposte, una risposta che non equivale sempre un dire, ricevere un comando, ma sperimentare un Dio che si rende presente. È la prima mensa al qualche ci si nutre. Quel Dio che “in principio era Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” (Gv 1,1), si dona a noi nella sua parola e, come il verbo da senso ad un periodo, il Verbo di Dio, questa volta con la “V” maiuscola, non può che dare senso alla nostra esistenza.

Ma ritorniamo all’ambone. Salire su quel luogo è salire sul cuore dell’Amore, il luogo dove Dio parla cuore a cuore con la creatura amata, il luogo dell’intimità dove ogni parola donata ed ascoltata non è un semplice suono di qualcosa che percepiamo ma Lui stesso che viene ad abitare in noi.

In fondo, non è così che fanno gli innamorati? Nel dirsi “ti amo” non si stanno donando reciprocamente? Se ciò è vero, come lo è, l’uomo ha sempre più bisogno di riscoprire l’atteggiamento dell’ascolto, un ascolto che si fa conoscenza. Ascolto di sé, del suo corpo, del suo cuore, della propria vita, di ciò che lo circonda, di chi lo circonda. Ascoltare è fare spazio all’altro nella proprio vita, proprio come ha fatto la Beata Vergine Maria che, in quell’ascolto fruttuoso ha permesso a Dio di deporre il seme della sua Parola in quel grembo verginale fino a dargli un volto, il suo volto, il nostro volto. Sì, perché l’ascolto della parola di Dio impone non solo l’accoglienza ma anche una visibilità in una vita nuova.

Quando vi avvicinate all’ambone, fatelo con il cuore e la disponibilità dei santi, fatelo con la meraviglia di Samuele che, di fronte a quella voce misteriosa disse: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1Sam 3,9). Celeberrimo l’episodio di Marta e Maria (cfr. Lc 10,38-42) dove, nell’affannarsi di Marta Gesù predilige l’atteggiamento di Maria che “aveva scelto la parte miglio”. Ascolta non toglie tempo al fare ma lo qualifica, gli da’ senso, dice all’altro: tu sei importante per me!

“Ascolta, o uomo, ascolta ciò che l’Amore ti dice”. Non chiudetevi a chi si è aperto a voi e scoprirete che, credente o no, gli uomini che sanno ascoltare sanno anche amare poiché, se si vuol dare il meglio di sè, si permette all’Altro di occupare il cuore e si potrà dire: “Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore, hai ascoltato le parole della mia bocca” (Sal 138,1).

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