AttualitàLa crisi in Italia coinvolge sempre di più le donne: aumentano le “inattive”

Luisa Sbarra Luisa Sbarra17 Ottobre 20213 min

Il 2021 ha confermato un cattivo trend mai sdoganato: quello del divario tra lavoro femminile e lavoro maschile, non riferibile solamente al salariato che, come è risaputo, presenta una forte riduzione per le lavoratrici. Per lo stesso tipo di mansione, infatti, non si rado accade che le donne vengano pagate molto meno rispetto agli uomini. Nel solo primo trimestre di quest’anno le donne inattive (che non lavorano e che, a differenza delle disoccupate, non sono in cerca di un lavoro) sono aumentate. Difatti, il 59,3% di esse (6 donne su 10), tra i 15 e i 34 anni, lo è, per motivi legati alla famiglia o in piccola parte allo studio.

In quest’arco di tempo le inattive, rispetto a marzo 2020, sono aumentate del 6,7%, nell’età compresa tra i 15 e i 64 anni, mentre gli uomini inattivi per motivi familiari sono addirittura calati del 3,7%. Siamo ben lontani dalla parità, che rappresenta purtroppo ancora solo un miraggio. Sempre più donne sono costrette a scegliere tra vita privata e lavoro, non avendo tutele e aiuti da parte dello Stato e della società.

Non è così solo in Italia, anche nel Nord Europa vi è questo gap, ma è di gran lunga maggiormente contenuto, poichè vengono garantiti alle donne vari sostegni e servizi di assistenza all’infanzia.

L’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha, in effetti, calcolato che, in Italia, tra il 2007 e il 2013, la perdita di reddito annuo per una famiglia alla nascita di un figlio è stata in media del 31%. Tale percentuale, sebbene possa essere sinonimo di varie cause, è per lo più dovuta al quasi “obbligo” che le donne si ritrovano a dover affrontare dopo aver partorito: smettere di lavorare o dimezzare il tempo dedicato alla professione. Nel periodo Covid-19, l’avvento quasi generalizzato dello smart working è stato di grande aiuto per loro e per l’equilibrio di genere, consentendo, grazie agli orari flessibili e al non dover spostarsi dalla propria abitazione, di gestire meglio lavoro e famiglia, registrando effetti positivi.

Nonostante tutto, segnali di miglioramento ci sono stati. La proporzione di donne nei vertici aziendali è infatti aumentata significativamente negli ultimi anni rispetto al 2013.

Delle suddette inattive, però, c’è da considerare che parte di esse risulta tale poiché non lavora “ufficialmente”, ma in nero. Il 2021 è stato definito l’anno d’oro per tale tipologia di lavoro: per via della crisi economica dovuta al Coronavirus, i lavoratori “invisibili” in Italia sono continuamente in forte espansione. Sono soprattutto le donne ad aver scelto di scendere a questo compromesso, rinunciando a contratti, contributi e quant’altro, pur di guadagnare qualcosa, anche a causa dei troppi rincari sui beni di prima necessità, sulle bollette e sul carburante. Sono state loro ad essere spesso costrette ad accettare condizioni non favorevoli e a vedersi negate le più elementari tutele previste dalla legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. In tal modo saranno sicuramente più frequenti, come già si può notare, gli incidenti e le malattie professionali.

Il Covid, in realtà, è stato il colpo di grazia inflitto a questa realtà già consolidata, soprattutto al Sud. Secondo l’ufficio studi della Cgia, nell’ultimo anno la crisi pandemica ha provocato una perdita di circa 450mila posti di lavoro e risulta difficilmente quantificabile quanti lavoratori in nero ci siano ora, anche se, secondo i dati stimati qualche anno fa dall’Istat (quindi ben prima dell’arrivo del Covid) in Italia erano già molti: circa 3,2 milioni. Il tasso di irregolarità attualmente sarebbe del 12,9% e tutte queste persone producono un valore aggiunto in nero di 77,8 miliardi di euro. Uno scenario preoccupante.

Luisa Sbarra

Luisa Sbarra

Studentessa di Giurisprudenza alla Federico II di Napoli con la passione per la scrittura da sempre.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *