“Le idee camminano sulle gambe di altri uomini”: trent’anni dopo Capaci

Ricordare Falcone non è un rito, è capire perché la mafia lo voleva morto

di Fabio Iuorio

Oggi è il 23 maggio. Trentaquattro anni fa, sull’autostrada tra Punta Raisi e Palermo, venivano fatti saltare in aria Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Cinque persone. Cinquecento chili di tritolo. Un cratere largo venti metri nell’asfalto. Ogni anno, in questo giorno, l’Italia si ferma. Cerimonie, discorsi, lenzuola bianche ai balconi. Tutto giusto.

Ma c’è una domanda che vale la pena farsi: cosa sappiamo davvero di Giovanni Falcone, al di là della retorica? Falcone era un magistrato palermitano. Uno che lavorava in un palazzo di giustizia circondato da colleghi che preferivano non vedere, in una città in cui la mafia ammazzava giudici, prefetti e giornalisti con una regolarità che faceva quasi abituare. Lui non si abituò. La cosa che lo distingueva non era il coraggio, o almeno non solo quello, era il metodo. Falcone aveva capito qualcosa che sembrava ovvio ma che nessuno voleva ammettere: Cosa Nostra non era un insieme di bande criminali, era un’organizzazione. Verticistica, unitaria, con regole interne, gerarchie precise, un organo di governo collegiale chiamato Cupola. Non si trattava di bande di delinquenti comuni che si ammazzavano tra loro. Si trattava di uno Stato dentro lo Stato.

Per arrivare a questa conclusione, Falcone usò uno strumento che nessuno aveva usato con quella sistematicità prima di lui: seguire i soldi. Perché la mafia non è solo violenza, è prima di tutto un sistema economico. E i conti bancari parlano, se sai dove guardare. L’aiuto di Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di Cosa Nostra, fu determinante. Ma fu Falcone, insieme a Paolo Borsellino e al Pool Antimafia, a trasformare quelle rivelazioni in prove, in atti giudiziari, in condanne reali. Il Maxiprocesso del 1986-1987 portò alla sbarra 475 imputati. Trecentosessanta vennero condannati. Per la prima volta, i vertici di Cosa Nostra finivano in prigione con sentenze che reggevano.

Cosa Nostra non dimenticò. Perchè è stato ucciso? Questa è la parte che spesso si sorvola, e invece è quella più importante. La mafia non uccide per vendetta, o almeno non solo. Uccide quando qualcuno diventa pericoloso in modo strutturale, quando il suo lavoro rischia di smontare qualcosa che non si può ricostruire facilmente. Falcone era pericoloso perché aveva costruito un metodo replicabile. Non era un eroe solitario: stava costruendo una scuola, un approccio investigativo che altri avrebbero potuto continuare, stava lavorando alla creazione della Direzione Investigativa Antimafia e della Procura Nazionale Antimafia, strumenti che avrebbero coordinato le indagini su scala nazionale. Lo hanno fatto saltare in aria il 23 maggio 1992 perché aspettare era diventato troppo rischioso.

Falcone diceva: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” Non è retorica. È una descrizione precisa di come funziona il contrasto alle mafie: lento, collettivo, spesso invisibile, mai definitivo. Le istituzioni che ha contribuito a costruire esistono ancora. Il metodo che ha sviluppato viene ancora insegnato e applicato. E la mafia, che pensava di chiudere un problema eliminando un uomo, ha invece trasformato quel nome in un simbolo che trentaquattro anni dopo è ancora qui, sulle lenzuola ai balconi e nelle aule scolastiche.

Come diceva Peppino Impastato, la mafia è una montagna di merda. Falcone lo sapeva, e ha passato la vita a scalare quella montagna. Non è arrivato in cima, ma ha mostrato la strada.

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