La scelta del mezzo fotografico determina la natura del racconto: Robin Hammond, nel progetto Where Love Is Illegal, decide di utilizzare una fotocamera Polaroid. Questa scelta tecnica non è un vezzo nostalgico, ma un preciso atto politico.
L’istantanea produce un’immagine unica, non replicabile, che restituisce verità al soggetto. In un’epoca di totale manipolazione digitale, la grana della pellicola autosviluppante e le sue imperfezioni cromatiche diventano il sigillo di un’autenticità dolorosa. L’inquadratura, rigorosamente frontale, costringe lo spettatore a un contatto visivo diretto con i protagonisti, spezzando la barriera dell’indifferenza che troppo spesso circonda l’omofobia.
La composizione dei ritratti gioca su un chiaroscuro drammatico. Hammond non usa luci artificiali invasive, sfrutta squarci di luce naturale che emergono da sfondi cupi e spogli, metafora visiva di esistenze costrette a nascondersi nell’ombra. Questo taglio caravaggesco isola i corpi, ne esalta la vulnerabilità e, al contempo, ne celebra la fiera resistenza. I soggetti posano consapevolmente, decidono come mostrarsi, quale parte del volto svelare o proteggere. La macchina fotografica diventa così uno strumento di autodeterminazione e riscatto per chi è perseguitato.
Ed è proprio la potenza etica di questo linguaggio visivo a connettere gli scatti di Hammond al dolore della cronaca italiana. L’oscurità che stringe i soggetti nei ritratti evoca lo stesso isolamento soffocante che ha spezzato le vite di Mirko e della sua mamma, vittime della furia patriarcale e omofoba tra le mura di casa. Questa alternanza di luce e ombra restituisce centralità alle esistenze spezzate, trasformando la pellicola in un sacrario della memoria contro l’odio. Questo scatto vuole essere “simbolo” per custodire il ricordo di Mirko e di sua madre nell’abbraccio eterno dell’arte.

Credits Photo Robin Hammond
(pagina Instagram: @hammond_robin)
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