Punti di VistaCosa serve per essere considerati davvero italiani?

Luisa Sbarra Luisa Sbarra25 Luglio 20214 min

Tra le varie discussioni che albergano costantemente nel nostro Paese e che infiammano spesso il dibattito politico, vi è quella relativa alla cittadinanza italiana, o per meglio dire inerente alla sua acquisizione. La normativa a riguardo, sui suoi modi di acquisto e di richiesta, è disciplinata dalla legge 91/1992 e stabilisce che la cittadinanza italiana è trasmessa secondo il principio dello ius sanguinis, da genitore a figlio. Ed è proprio tra ius soli e ius sanguinis che si accende la discussione, soprattutto in seguito all’aumento del fenomeno migratorio. Lo ius soli prevede l’acquisizione della cittadinanza per il fatto di essere nati sul territorio dello Stato e non è prevista nel nostro ordinamento, se non in casi particolari, cioè se si è figlio di ignoti, di apolidi o impossibilità di trasmissione della cittadinanza dei genitori.

Si è tentato, poi, di percorrere una nuova strada con una proposta arrivata anche in Camera dei deputati, ma poi arenata al Senato. L’idea era quella dell’acquisizione tramite ius soli temperato e ius culturae.

Lo ius soli temperato prevedeva che un bambino nato sul suolo italiano potesse ottenere la cittadinanza se almeno uno dei genitori risiedeva stabilmente in Italia, in modo legale, da almeno 5 anni. Se invece il genitore con permesso di soggiorno non era un cittadino UE, doveva allora possedere altri 3 parametri: un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio che rispondesse ai requisiti di idoneità previsti dalla legge e il superamento un test di conoscenza della lingua italiana.

Lo ius culturae, invece, contemplava di far ottenere la cittadinanza ad un minore straniero, nato in Italia o arrivato entro una certa età, a patto che avesse frequentato regolarmente almeno uno o più cicli di studio o dei percorsi di istruzione e formazione professionale.

Per la maggior parte del popolo italiano non basta essere nati sul nostro territorio per essere considerati italiani; spesso c’è la convinzione che il senso di appartenenza deve avere delle radici profonde, identificabili nei nostri costumi, nelle nostre tradizioni, nei nostri modi di dire e di fare, ciò che appunto ci rende unici nel mondo, che per il sentire comune abbiamo nel sangue.

Se in politica e nell’opinione pubblica si tende a considerare stranieri chi queste caratteristiche non le ha, ad essere diffidenti e restrittivi, a proteggere i confini dello ius sanguinis, non è così nel mondo dello sport, dove le cose sono molto facilitate per essere considerati “italiani veri”, in particolar modo in quello del calcio, il più importante per il nostro Paese. Si sa che il tifo unisce più di qualsiasi altra cosa, soprattutto quello per le squadre nazionali ed è stato così per le appena passate partite degli europei.

Sono, appunto, riconosciuti come italiani gli oriundi (termine proveniente dal latino oriundus, derivato dal verbo oriori, che significa nascere, trarre origine) che giocano in nazionale. Vi è una sorta di lascia passare per loro, una vera e propria rivendicazione della loro “italianità”, anche se hanno “solo” qualche antenato originario del nostro paese. Nella neovincitrice nazionale italiana di calcio quest’anno ce n’erano tre: Emerson, Jorginho e Toloi. Tali giocatori, seppur non “italiani veri”, vengono considerati dai tifosi come tali, con grande orgoglio. Non tutti, però, la pensano così, lo stesso allenatore Roberto Mancini, in passato, si era dichiarato frettolosamente contrario al loro inserimento, preferendo una squadra composta da tutti italiani che erano nati in Italia.

Storicamente, già ai tempi di Mussolini, era previsto l’inserimento di giocatori oriundi in nazionali, se poteva essere utile per arrivare alla vittoria. Una squadra forte era simbolo di un paese forte. Eppure, quando si tratta di persone normali non si è così accondiscendenti. Spesso vengono etichettati come stranieri e restano tali, qualunque cosa facciano, anche se nati all’interno del nostro paese.

Il dibattito su cosa ci rende veramente italiani e degni della cittadinanza continua, ma come si può davvero misurare il grado di italianità? Trovare dei giusti canoni non sembra facile al giorno d’oggi in conseguenza dei vari fenomeni migratori, della globalizzazione e della società multietnica. La storia degli oriundi campioni negli sport italiani è un grande esempio di integrazione da cui partire. Tuttavia, ad oggi, il solo ius sanguinis sembra essere davvero insufficiente e troppo restrittivo.

Luisa Sbarra

Luisa Sbarra

Studentessa di Giurisprudenza alla Federico II di Napoli con la passione per la scrittura da sempre.

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