9 anni addietro, in occasione del concerto ad Avella, spontanee riflessioni. Ricordi imbastiti. Ritornano. Con un filo d’amarezza. Con gli occhi chiusi. A Dio Ornella. Tanti, oramai tanti, anni fa, iniziai a trasmettere musica in una radio locale. Mi conoscevano perché amavo solo quella italiana. Ma di qualità. Venerdì sera ero ad Avella. Ero al concerto di Ornella Vanoni. Ho sorriso ed ho pensato all’operazione nostalgia che stavo vivendo. Poi sono stato risucchiato dall’effetto domino dei ricordi. Mi è venuto in mente un giovanotto che aveva poco più di vent’anni. A Milano. Lavoravo e studiavo. Ed avevo tante cose in testa. Con in tasca un solo capitale: il tempo. Ero in moto, attraversavo via Brera. Nota strada milanese. Mi incrociò improvvisamente una nuvola rossa col passo felpato. Entrava rapida in un portone. Capii che dovevo far presto. Lasciai la motocicletta incustodita al muro e mi precipitai. Il portiere mi chiuse il passo ed il sogno di conoscere la signora Vanoni. Spiegai lui che ne ero innamorato. Non mi rispose. L’ho aspettata nei giorni a seguire per non so quanto tempo. Feci amicizia con il salumiere di fronte. Ed a lui confidai le mie pene. Poi fu la volta del tatuatore poco più in là. Ci mettemmo d’accordo per un leone sulla spalla, mai effettuato. Ho aspettato ancora. Ma Ornella non si vedeva. E decisi di mandarle dei fiori. Lo feci ed il portiere forse li buttò. Chissà allora chi era più squilibrato. Io o lui. Poi non mi ricordo più. Ma ho sempre saputo di essere imperituramente innamorato della signora. Anche venerdì. Con l’ultima canzone ho immaginato di, forse, non vederla più. Ma porto con me il sentimento. E le sue canzoni. Ogni volta che voglio c’è. Questo è il vantaggio di innamorarsi di una grande.
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