Padre Raffaele Abagnale, frate francescano guardiano del convento dei Cappuccini di Nola, si racconta in occasione del nostro podcast “Stasera Che Sera” su Radio Star 2000. Ospite della seconda puntata della terza stagione, ha parlato ai microfoni di Nello Cassese e Maurizio Viviani (QUI LA PUNTATA INTEGRALE).
“Mi sono approcciato ai Cappuccini in un periodo in cui mi sono sentito solo, ero stato lasciato dalla mia ragazza e avevo necessità di riequilibrare la mia vita – racconta – Mi trovavo in un momento di preghiera e venne letto un salmo che mi colpì, istintivamente mi voltai verso una mia amica e le dissi che sapevo cosa avrei fatto della mia vita. Bussai alla porta dei frati Cappuccini di Nola nel 2003 e cominciai il mio cammino”.
“Non è vero che l’abito non fa il monaco – aggiunge – I nostri abiti in un certo senso ci identificano. Per tutto questo io dico benedetta crisi! Quando ti perdi, sei davvero pronto alla novità. Il Signore non ha scelto una strada comoda per noi ma l’abito che San Francesco ha disegnato a forma di croce mi ricorda che la mia vita l’ho voluta donare“.
Tifosissimo del Napoli, è noto anche per la sua “fede” che fa di lui un frate più che moderno. “Essere tifosi invece non significa indossare un abito – sottolinea – E’ una malattia dalla quale non si deve guarire. Lo sport deve nascere per unire, quando manca questo non è più sport. Noi abbiamo bisogno di riscoprire questo valore, lo sport nasce per unire le diversità. Io sono tifoso del Napoli e seguo tutte le partite con i miei confratelli, molti sono anziani e sono appassionati, anche noi in convento gridiamo durante le partite. A fine messa dico sempre Forza Napoli. Da un po’ di mesi ho con me un cimelio. Alcune volte l’abito non lo indosso, ad esempio quando vado allo stadio. In occasione dell’ultimo Napoli-Cagliari, anche se non trovati il biglietto, decisi di andare allo stadio per sentire il sapore della partita. In strada trovai a terra una sciarpa. La storia non poteva essere calpestata, per cui la raccolsi, la lavai e la presi con me. Ancora adesso, quando la indosso, il Napoli vince sempre. Non è un portafortuna ma sicuramente una garanzia“.
“Nei momenti brutti la cosa bella è che il nostro Dio, che si fa uomo, è presente, appartiene all’uomo – risponde quando gli si chiede come si faccia ad avere fede nei momenti brutti – Io in questi momenti credo ancora di più perchè, in realtà, non sono solo. E’ ovvio che in questi momenti non trovo questa fede, non vedo questa presenza ma è anche vero che, come la mamma, io questa presenza la richiamo sempre. E’ anche vero, poi, che la sconfitta è una opportunità. Ci dice che non siamo padroni della vita ma ne siamo protagonisti e dobbiamo vivere la vita come vogliamo“.
Oltre alla sua attività ecclesiastica, è anche counselor e collabora con molti gruppi che, tra l’altro, gestiscono diversi giovani migranti. “Ciò che noi abbiamo fatto nel dopoguerra andando in America, sta accadendo adesso – afferma – I migranti ora sono spinti soprattutto dalla pubblicità del bello che si fa in Occidente. Una persona, ad esempio, mi disse che aveva visto che in Italia davamo cibo anche ai gatti e ai cani e quindi lui aveva pensato che tutti vivevano meglio in Italia. Si muovono via mare e via terra, spesso sono minori. Sono mossi dal bisogno, dall’esigenza di aiutare la famiglia, i genitori poveri o il fratellino malato. Chi non lo farebbe? Se vengono dimenticati, però, diventano manovalanza facile per la malavita”.