Martedì mattina a Bisceglie, poco dopo le sette, Patrizia Lamanuzzi, 54 anni, sta uscendo di casa per andare al lavoro e in quel momento Luigi Gentile, il marito da cui si stava separando, la raggiunge urlando. Una vicina sente tutto, sente anche Patrizia gridare. Poi la vede cadere dal balcone del quinto piano per poi vedere l’uomo lanciarsi a sua volta nel vuoto. I corpi vengono trovati uno accanto all’altro sulla rampa del garage condominiale, con le coperte termiche gialle che li avvolgono mentre la pioggia cade su di loro.
I figli vengono avvisati: uno arriva da Trani, l’altro è in viaggio dalla Svizzera, dove era andato a vivere. I carabinieri dicono ciò che succede spesso in questi casi: nessuna denuncia, nessuna segnalazione, nessuna richiesta di aiuto era mai arrivata. Né ai servizi sociali del Comune, né al 112, del complicato momento di coppia sapevano solo i parenti più stretti e qualche amico. Nelle ultime settimane le liti si erano intensificate, ma tutto era rimasto dentro quelle mura, invisibile agli occhi di chi avrebbe potuto intervenire.
C’è un elemento di questa storia che non va lasciato sullo sfondo: il suicidio del marito. La morte di Luigi Gentile viene citata insieme a quella di Patrizia, come se fossero due tragiche vittime della stessa storia, ma in realtà non lo sono. Patrizia è stata uccisa, lui ha scelto di farlo e poi di togliersi la vita. Il suicidio, in questo contesto, non è un atto di disperazione, semmai la continuazione del controllo con altri mezzi. È il gesto di chi, non potendo accettare di perdere il dominio su una persona, sceglie di cancellare tutto: lei, se stesso, la possibilità stessa che la storia continui in modo diverso. È un atto che dice, fino in fondo “se non sei mia, non sei di nessuno”. Chiamarlo diversamente sarebbe un errore, oltre che un’ingiustizia verso Patrizia.
I dati confermano da anni che la separazione è il momento in cui il rischio di femminicidio raggiunge il picco, soprattutto perché in certi uomini la fine di una relazione attiva un meccanismo di controllo che non riesce a tollerare l’autonomia ritrovata della partner, il distacco viene vissuto come una minaccia esistenziale, come una sottrazione intollerabile. E in quella logica distorta la violenza diventa la risposta, non un errore o uno sfogo. Patrizia stava per firmare i documenti del divorzio, stava per essere libera. Non glielo hanno permesso.
Chi la conosceva la descrive come una bella persona, straordinaria. Una ex parrucchiera, poi dipendente in un supermercato a Molfetta. Una madre, una donna che aveva scelto di rifarsi una vita. Queste cose contano, non perché la vita di Patrizia valga di più in ragione delle sue qualità, ma perché restituiscono un volto a una storia che rischia di diventare, come troppo spesso accade, un numero in una lista. Sette femminicidi dall’inizio dell’anno. Sette nomi. Sette vite interrotte. Sette famiglie a cui è stato tolto qualcosa che non si restituisce.
“Riposa, Patrizia. E che tu sia l’ultima”, scrive qualcuno sui social. È una speranza che si ripete ogni volta, e ogni volta viene smentita. Finché non costruiamo un sistema in cui la separazione non sia una condanna, in cui il silenzio prima della tragedia venga ascoltato invece di essere scoperto solo dopo, in cui le donne che vogliono andarsene possano farlo senza pagare con la vita, quella speranza resterà tale. Una speranza. Non una promessa.