Penne di guerra: quando al fronte a morire sono anche i giornalisti

Il caso più eclatante fu quello di James Foley

di Luisa Sbarra

Raccontare una guerra non significa soltanto scrivere articoli o girare immagini. Il ruolo del giornalista in un contesto di conflitto è fondamentale: documenta, informa, testimonia, ma proprio per questo, diventa un bersaglio facile. Non importa se indossa un giubbotto con la scritta PRESS in grande. Oggi, più che in passato, il giornalista è visto come un testimone scomodo da mettere a tacere e da eliminare. Uccisioni mirate, rapimenti, torture, intimidazioni: sono questi gli strumenti utilizzati contro chi cerca di rendere noto ciò che accade.

Secondo l’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontières (RSF), nei primi sei mesi del 2025 sono già 24 i giornalisti uccisi in luoghi di guerra o missioni pericolose. Le aree più colpite sono Ucraina, Gaza, Sudan e i territori instabili lungo il confine tra Russia e Caucaso. Numeri allarmanti che si sommano a quelli degli anni precedenti, in una spirale di violenza che non accenna a fermarsi.

Questo fenomeno ha radici profonde. Durante la guerra in Iraq (2003-2011), persero la vita oltre 200 giornalisti. In Siria, dal 2011 a oggi, centinaia di giornalisti (in particolare i freelance) sono stati rapiti o assassinati. Il caso più emblematico è quello di James Foley, decapitato dallo Stato Islamico nel 2014: la sua morte divenne simbolo della vulnerabilità della stampa nelle zone di guerra, ma non fermò l’onda di violenza.

Il 7 maggio 2025, nel quartiere di Al-Rimal, a Gaza City, Yahya Sobeih, giovane giornalista palestinese, è stato ucciso in un bombardamento israeliano. Poche ore prima era diventato padre. La sua storia è diventata il simbolo di una generazione di reporter locali che operano senza protezioni, spesso soli, con in mano solo una videocamera e il coraggio. Yahya non lavorava per una grande agenzia internazionale, ma la sua voce arrivava lontano, tramite reportage pubblicati su social e media regionali. Aveva documentato per mesi le conseguenze umanitarie della guerra sulla popolazione civile. È morto mentre cercava di raccontare ancora una volta il dolore della sua gente.

In Ucraina, la brutalità nei confronti dei giornalisti ha assunto toni inquietanti. Victoria Roshchyna, reporter di Radio Free Europe, è scomparsa nell’agosto 2023 nei territori occupati dai russi. Il suo corpo è stato restituito solo nel febbraio 2025, mutilato in modo atroce: senza cervello, occhi e laringe. Secondo gli esperti forensi ucraini, si è trattato di un tentativo deliberato di cancellare le prove delle torture subite. Victoria aveva documentato gli abusi nei territori occupati, le deportazioni, i centri di filtraggio. La sua morte è passata sotto silenzio per mesi, fino a quando il suo corpo è tornato a casa. Senza parole, ma con una verità insopportabile incisa nella carne.

Il rapimento dei giornalisti è un’arma strategica usata sia da gruppi terroristici sia da eserciti regolari. Nei territori occupati del Donbass, si stima che una decina di reporter siano ancora prigionieri o scomparsi. Alcuni senza processo, altri probabilmente giustiziati. In Mali e Burkina Faso, il jihadismo locale sfrutta i rapimenti per ricattare governi e intimidire la stampa. Anche regimi autoritari si macchiano di crimini simili: in Eritrea, diversi giornalisti sono detenuti da oltre vent’anni per aver pubblicato articoli contrari al regime.

La stragrande maggioranza delle vittime tra i giornalisti non ha un nome noto, né copertine su riviste internazionali. Sono professionisti locali, spesso pagati poco, mandati in prima linea senza assicurazione, senza protezioni, senza visibilità. Secondo RSF, l’80% dei giornalisti uccisi o rapiti nel mondo appartiene a questa categoria. Sono loro a pagare il prezzo più alto per informare.

Quando si spegne la voce di un giornalista, si spegne un pezzo di verità”: afferma Christophe Deloire, segretario generale di RSF. Eppure, la comunità internazionale non riesce ancora a garantire protezione efficace, corridoi umanitari, o giustizia per chi è stato ucciso. La guerra non si combatte solo con i missili e le trincee: si combatte anche con le parole, le immagini, la verità. Chi ha il compito di raccontarla troppo spesso lo fa senza giubbotto antiproiettile, senza scorta, senza alcuna certezza di tornare a casa. Oggi più che mai, difendere i giornalisti significa difendere il diritto del mondo a sapere.

Altri articoli

Lascia commento

Close Popup

Questo sito web utilizza cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nella cookie policy. Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso in qualsiasi momento. La chiusura del banner comporta il consenso ai soli cookie tecnici necessari.

Close Popup
Privacy Settings saved!
Impostazioni

Quando visiti un sito Web, esso può archiviare o recuperare informazioni sul tuo browser, principalmente sotto forma di cookies. Controlla qui i tuoi servizi di cookie personali.

Questi cookie sono necessari per il funzionamento del sito Web e non possono essere disattivati nei nostri sistemi.

Cookie tecnici
Per utilizzare questo sito web usiamo i seguenti cookie tecnici necessari: %s.
  • wordpress_test_cookie
  • wordpress_logged_in_
  • wordpress_sec
  • wordpress_gdpr_cookies_allowed
  • wordpress_gdpr_cookies_declined
  • wordpress_gdpr_allowed_services

Rifiuta tutti i Servizi
SALVA
Accetta tutti i Servizi
error:
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00