In questi giorni di Pasqua il tempo sembra trattenere il respiro. Le città continuano a muoversi, le vite scorrono con la loro apparente normalità eppure qualcosa resta sospeso, nelle relazioni, nel clima sociale, nella percezione diffusa di un cambiamento che tarda a compiersi ma che, in qualche modo, è già iniziato.
È proprio dentro questa sospensione che torna attuale lo sguardo di Mario Giacomelli, protagonista in queste settimane di una mostra a Milano dedicata al suo lavoro. Un’esposizione che attraversa alcune delle sue serie più iconiche e che riporta al centro una fotografia capace di andare oltre il tempo, restituendo non tanto eventi, ma stati dell’essere.
Tra queste immagini, lo scatto scelto per la foto della settimana – tratto dalla celebre serie “Io non ho mani che mi accarezzino il volto” (1961-63) – resta uno dei più emblematici. Realizzata nel seminario di Senigallia, la fotografia ritrae giovani seminaristi immersi in uno spazio che sembra sospeso tra realtà ed astrazione. Il bianco della neve, accecante e quasi assoluto, annulla ogni riferimento concreto, mentre le figure nere, ridotte a segni essenziali, si muovono in una coreografia irregolare e frammentata.
Non c’è un centro, non c’è una gerarchia. I corpi si inseguono, si sfiorano, si disperdono nello spazio. Alcuni sembrano correre, altri fermarsi, altri ancora quasi sollevarsi da terra. È un movimento che non porta da nessuna parte precisa, ma che restituisce una sensazione potente di ricerca, di tensione, di incompiutezza.
Giacomelli costruisce così un’immagine che vive di contrasti: presenza e assenza, leggerezza e peso, gioco e disciplina. Quei giovani seminaristi, simbolo di un percorso spirituale strutturato e definito, appaiono invece liberi e disordinati, quasi fuori controllo. E proprio in questa frattura emerge il senso più profondo dello scatto, non la rappresentazione di una condizione stabile, ma di un passaggio.
È qui che la fotografia trova un legame diretto con il tempo che stiamo attraversando. Come nelle nostre città, anche in questa immagine le persone condividono lo stesso spazio ma restano distanti, immerse in una dimensione che non è più quella di partenza e non è ancora quella futura. Una zona intermedia, fragile, difficile da definire.
Nel contesto della Pasqua questo scatto assume un significato ancora più incisivo. Giacomelli non fotografa la rinascita, non mostra la luce piena della resurrezione. Al contrario, si colloca nel momento che la precede, quello dell’attesa, del dubbio, della trasformazione ancora invisibile. Il bianco della neve non è solo purezza, ma anche vuoto, silenzio, sospensione. È una soglia.
E forse è proprio questo il punto più attuale dell’immagine. In un presente segnato da tensioni, cambiamenti ed instabilità, la rinascita non appare come un evento improvviso e risolutivo, ma come un processo lento, attraversato da incertezze e contraddizioni. Un processo che, come nei corpi dei seminaristi di Giacomelli, prende forma nel movimento stesso, nel tentativo continuo di trovare un equilibrio.
La forza di questa fotografia sta allora nella sua capacità di restare aperta. Non offre risposte, non indica una direzione precisa. Si limita a fermare un istante in cui tutto è ancora possibile, ma nulla è ancora compiuto.
Un tempo sospeso, esattamente come quello che stiamo vivendo. Un tempo che non è ancora luce, ma che, forse, la contiene già.

Credits Photo Mario Giacomelli
(Archivio Mario Giacomelli, pagina Instagram:
@mariogiacomelli_official)
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