Quando l’assenza si fa corpo: il tempo e la memoria secondo Gustavo Germano

Il progetto “Ausencias” e il valore della fotografia come atto di resistenza contro l’oblio

di Carla Napolitano
Credits Photo Gustavo Germano (pagina instagram: @ausenciasgustavogermano)

C’è un paradosso profondo che abita il linguaggio della fotografia. Fin dalle sue origini, la fotocamera è stata lo strumento d’elezione per fermare la presenza, per trattenere la luce, i volti e la consistenza degli istanti. Ma quando la lente viene chiamata a ritrarre ciò che non c’è più, l’immagine smette di essere un semplice ricordo e si trasforma in una testimonianza dolorosa e politica. È da questa urgenza etica che nel 2006 prende forma “Ausencias”, il progetto cruciale del fotografo argentino Gustavo Germano. Realizzata a trent’anni dal colpo di Stato militare che tra il 1976 e il 1983 insanguinò l’Argentina causando la sparizione forzata di oltre trentamila persone, quest’opera affronta la ferita dei desaparecidos senza cedere mai al sentimentalismo.

La struttura visiva concepita dall’autore si basa sull’uso essenziale del dittico, un dispositivo che mette a confronto due piani temporali distanti tre decenni. Nella prima immagine, ricavata da un vecchio album di famiglia degli anni Settanta, vediamo come, nella luce naturale di un pomeriggio estivo, c’è una famiglia stretta in un abbraccio spontaneo che trasmette tutta la spensieratezza di un tempo precedente alla tragedia. Nella seconda immagine, scattata trent’anni dopo nello stesso identico luogo, Germano riattiva la scena ricreando la medesima inquadratura e la stessa qualità di luce. La donna, in fasce nel primo scatto, rimasta sola, occupa lo stesso punto del fotogramma. Un’immagine forte che sottolinea delle presenze sottratte.

Dal punto di vista formale, la scelta del fotografo è di uno straordinario rigore. Germano rifiuta qualsiasi virtuosismo tecnico o drammatizzazione artificiale, evitando luci teatrali o tagli di campo esasperati per adottare uno sguardo pulito e documentario. L’attenzione di chi osserva viene catturata interamente da quel vuoto centrale attorno a cui la natura e le architetture continuano a scorrere come se nulla fosse. Il vuoto non viene trattato come una semplice interruzione del paesaggio, ma diventa il vero soggetto della composizione.

È proprio in questo scarto che risiede il significato profondo di Ausencias. Se la dittatura ha tentato di cancellare l’esistenza stessa delle persone negandone persino i corpi e le sepolture, la fotografia di Germano ribalta quel tentativo di rimozione. Il primo scatto certifica che quei corpi sono esistiti, erano parte di una trama di affetti, mentre il secondo dimostra che la loro sparizione ha lasciato una voragine concreta nel quotidiano.

Il tempo è passato sul volto della persona sopravvissuta, lasciando i segni degli anni mentre per chi è stato inghiottito dall’oblio il tempo si è fermato per sempre a quell’istantanea degli anni Settanta. Invece di soffermarsi sull’iconografia della violenza, Germano sceglie di raccontare le conseguenze della perdita nella vita di tutti i giorni. I suoi scatti mostrano come il dramma politico si rifletta nelle sedie rimaste vuote attorno ad un tavolo o nella metà spoglia di una panchina.

Questo progetto fotografico ci ricorda che il compito più alto della fotografia documentaria non è soltanto mostrare quello che vediamo, ma renderci consapevoli di ciò che ci è stato tolto, trasformando la composizione visiva in un atto permanente di resistenza contro il tempo e l’indifferenza.

Credits Photo Gustavo Germano
(pagina instagram: @ausenciasgustavogermano)

[“SCATTA” È UNA RUBRICA NATA PER VALORIZZARE L’ARTE FOTOGRAFICA E RACCONTARE IL SINGOLO SCATTO E LA PROFESSIONALITÀ CHE C’È DIETRO, NON VI È ALCUNO SCOPO COMMERCIALE ALLA BASE DI QUESTO LAVORO EDITORIALE]

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