Fare sport dovrebbe essere una cosa normale per un bambino. Un pallone da inseguire su un campo, una piscina dove imparare a nuotare, una sala dove muovere i primi passi nella danza, un canestro da raggiungere con un tiro che magari all’inizio non entra mai. Lo sport è salute, socialità, disciplina. È il luogo dove un bambino impara a stare con gli altri, a perdere e a riprovarci, a rispettare delle regole e, soprattutto, a crescere.
Ma una domanda spesso rimane fuori dal campo: quanto costa davvero permettere a un bambino di fare sport per un’intera stagione? Perché il prezzo scritto sul modulo di iscrizione racconta solo una parte della storia. Il resto arriva dopo, mese dopo mese, tra abbigliamento, scarpe, visite mediche, trasferte, tornei, gare e tutto quello che una famiglia deve affrontare per consentire al proprio figlio di continuare.
E a quel punto lo sport rischia di trasformarsi da diritto a possibilità riservata a chi può permetterselo. Prendiamo ad esempio il calcio, probabilmente una delle discipline più praticate dai bambini. Un genitore cerca una scuola calcio, confronta le quote e sceglie quella che ritiene più adatta. La prima spesa è l’iscrizione, a cui si aggiunge generalmente una quota mensile, tutto abbastanza semplice. Poi arriva la divisa: servono pantaloncini, maglia, tuta, borsa e spesso anche l’abbigliamento per gli allenamenti; poi ci sono le scarpe da calcio, che per un bambino possono diventare una spesa ricorrente perché il piede cresce rapidamente e quello che andava bene qualche mese prima può essere già inutilizzabile. E non è finita. C’è la visita medica, che può essere necessaria per l’attività sportiva, ci sono eventuali assicurazioni, le trasferte e, quando arrivano tornei e manifestazioni, altre spese ancora. Il costo reale, quindi, non è quello dell’iscrizione, ma la somma di tutte quelle piccole uscite che, prese singolarmente, sembrano sostenibili ma che alla fine dell’anno possono pesare parecchio sul bilancio familiare.
Ma la situazione non riguarda soltanto il calcio: nel basket entrano in gioco la quota della società, le scarpe adatte, la divisa, le trasferte e le eventuali competizioni; nel nuoto, oltre alla quota del corso, bisogna considerare costume, cuffia, borsa, accappatoio e, per chi passa all’attività agonistica, tutto ciò che comporta la partecipazione alle gare.
Poi c’è la danza. Qui il costo può essere distribuito in maniera diversa, ma anche in questo caso la semplice quota mensile non racconta tutto: scarpe, abbigliamento, costumi per gli spettacoli, saggi, eventuali gare e trasferte possono aggiungersi durante l’anno.
Il risultato è sempre lo stesso: per capire quanto costa veramente fare sport bisogna guardare l’intera stagione e non soltanto il prezzo dell’iscrizione. C’è poi una differenza che spesso viene sottovalutata: un conto è portare un bambino a fare attività sportiva una o due volte alla settimana; un altro è seguirlo quando entra nel mondo delle competizioni. Le trasferte aumentano, arrivano tornei, gare, divise aggiuntive e attrezzature più specifiche. In alcuni casi aumentano anche gli allenamenti.
Ed è proprio in quel momento che una famiglia può trovarsi davanti a una scelta che nessun genitore dovrebbe essere costretto a fare: continuare a sostenere la spesa oppure fermare il bambino. Non perché il piccolo non abbia più voglia o perché non sia portato, ma semplicemente perché il bilancio familiare non regge.
Ma quanto pesa sul bilancio di una famiglia? Una stagione può comprendere la quota di iscrizione, le mensilità, il materiale necessario, la visita medica, le scarpe, le trasferte e le attività extra. Una spesa da alcune decine di euro al mese può quindi trasformarsi, nell’arco di dodici mesi, in diverse centinaia di euro. E per una famiglia che deve già affrontare affitto o mutuo, bollette, spesa alimentare, libri, trasporti e tutte le altre necessità legate alla crescita di un figlio, anche qualche centinaio di euro in più può fare la differenza.
Il problema diventa ancora più evidente quando in famiglia ci sono due o più bambini che praticano sport, visto che le quote si sommano, e anche una disciplina considerata “economica” può diventare impegnativa se moltiplicata per più figli.
Ci sono così famiglie che devono rinunciare. Il bambino vorrebbe giocare a calcio, fare nuoto, andare a danza o provare il basket. Ma in casa si fanno i conti e si decide che, almeno per quest’anno, non è possibile, sono storie che difficilmente finiscono nelle statistiche, eppure raccontano una parte importante della nostra società.
La Costituzione tutela la pratica sportiva attraverso il principio di promozione dell’attività sportiva e il riconoscimento del suo valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico, ma tra il principio e la realtà quotidiana di una famiglia può esserci una distanza importante.
Per questo la domanda finale non può essere soltanto quanto costa il calcio, quanto costa il nuoto o quanto costa la danza, ma un’altra: lo sport è davvero per tutti? Perché se la risposta dipende dal reddito della famiglia, allora non stiamo più parlando soltanto di una quota mensile, ma di opportunità. Un bambino che può permettersi di allenarsi tre volte alla settimana, partecipare ai tornei, viaggiare con la propria squadra e continuare per anni ha davanti un’esperienza diversa rispetto a chi è costretto a fermarsi perché i genitori non riescono più a sostenere le spese.
Lo sport dovrebbe essere un campo dove tutti partono dalla stessa linea. Ma se per entrare in quel campo bisogna prima superare una barriera economica, quella linea di partenza non è più uguale per tutti.
Ed è forse questo il dato più importante da raccontare. Perché un pallone, un costume da bagno, un paio di scarpette o una divisa non dovrebbero decidere chi può permettersi di crescere facendo sport e chi invece deve rinunciare.