La quarta domenica del Tempo Ordinario dell’anno ci presenta una delle pagine più belle di tutta la Scrittura. Tuttavia, in essa possiamo anche riscontrare una contraddizione unica: essere beati nel momento del bisogno. Nasce spontanea una domanda: si può essere beati se uno è povero, maltrattato o, per qualsiasi motivo, ritrovarsi nel bisogno?
Quando nel Vangelo si sente dire “beati” non si tratta tanto di una condizione presente quanto di una promessa. Ad un occhio clinico, infatti, non sfuggirà il fatto che, tranne per la prima e l’ultima beatitudine, che fanno da inclusione (“poveri in spirito” e “perseguitati per la giustizia”), segue un verbo al tempo futuro. È, dunque, una chiara promessa di chi vive uno stato non semplice. Per meglio comprendere, riportiamo di seguito il testo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.».
Essere “beati” ci indica di non soffermarci al momento presente come fine ultimo della nostra esistenza. La persona beata è innanzitutto colei che sa guardare oltre la condizione difficile dell’oggi. Certo, tutto questo, a buon rendere del più famoso Marx, sa tanto di “oppio” che anestetizza il dolore del credente. Tutt’altro! Il fedele sa, e lo sa perché Gesù ne ha dato esempio, prova vivente, che tutte le difficoltà non sono uno scherzo. Fanno certamente male; non è poca cosa per chi le vive. Sa anche che, proprio perché quel Dio fatto uomo ha superato il dolore della morte con la risurrezione, che non tutto è perduto e che la vittoria è di chi persevera.
Dare volto a questa parola vuol dire combattere e non arrendersi, prendere consapevolezza dell’oggi in cui viviamo e di quale direzione vogliamo dare alla nostra esistenza senza cadere nella tentazione della facile distrazione. Essere beato in quanto povero, ad esempio, significa sapere che da solo non potrai sopravvivere. C’è una mano da tendere per abbattere il muro dell’orgoglio di farcela da soli.
Ecco perché a questa beatitudine la promessa è al presente, è già realizzata. Chi si fa prossimo, chi non si chiude in se stesso, chi crea relazioni, vive già la bellezza del Regno dei cieli. Lo possiede. A voi che probabilmente vivete una condizione difficile, che siete provati in ogni forma umana o morale, c’è una buona notizia: siete beati. E lo siete veramente, perché non siete soli. Avete il diritto/dovere di gridare il vostro dolore. Solo così sarete il volto di una parola contagiosa che annuncia al mondo la bellezza di potercela fare. E mai da soli.