In Cina si vendono robot umanoidi che dicono “ti amo”. Lo ripetono all’infinito, con la stessa convinzione ogni volta. Il pubblico è soprattutto anziani e single e il prezzo si aggira sui 20mila yuan, circa 15.500 euro.
Lo spot è diretto, quasi brutale nella sua semplicità: “non vi tradiranno mai, vi saranno sempre fedeli, vi ameranno incondizionatamente”, una promessa che nessun essere umano può fare con altrettanta certezza, ed è proprio questo il punto di forza del prodotto. Perché quello che viene venduto qui non è un elettrodomestico intelligente, è una cura. Una cura per la solitudine, confezionata come se fosse un problema tecnico risolvibile con abbastanza dati.
Un essere umano può tradire, cambiare idea, stancarsi, andarsene, è la parte scomoda ma reale dell’amore, quella che nessuno sceglie ma che tutti, prima o poi, devono attraversare. In questo caso i robot risolvono il problema eliminandolo alla radice: non possono tradire perché non hanno nulla da tradire, non si stancano perché non provano stanchezza, non se ne vanno perché non hanno mai avuto un motivo per restare che non fosse una riga di codice. Il prodotto vende esattamente quello che manca nella vita reale di chi lo compra: non calore, non compagnia vera, ma l’assenza di rischio.
E qui sta il primo problema serio, perché una relazione senza rischio non è una relazione più sicura, è intrattenimento affettivo, un simulacro che imita la forma dell’amore senza portarne il peso, che è poi quello che lo rende reale.
Ma chi compra questa promessa? Gli anziani soli, i single scoraggiati da relazioni finite male, chi non ha più energia per rischiare un’altra delusione: sono loro il target di questi robot, e non è un caso. Sono le persone più esposte alla solitudine delle nostre società, quelle che nessuna politica pubblica ha davvero saputo affrontare. Case sempre più piccole, famiglie sempre più disperse, comunità che si sono sfaldate lasciando individui isolati davanti a uno schermo o, ormai, davanti a un corpo sintetico che simula attenzione.
Il mercato ha visto il vuoto e lo ha riempito con un prodotto. Non è la prima volta che succede, ma qui la posta in gioco è più alta perché non si vende un servizio per riempire il tempo libero, si vende un sostituto per uno dei bisogni più profondi che esistono: essere amati, essere ascoltati, non essere soli. E un sostituto, per quanto sofisticato, resta un sostituto.
C’è qualcosa di inquietante nella parola “accondiscendente” quando si parla di questi robot. Un partner che dice sempre sì, che non contraddice mai, che asseconda ogni desiderio senza attrito, non insegna nulla su come si sta con un’altra persona reale. Le relazioni umane ci cambiano proprio perché non sono comode, perché richiedono compromesso, ascolto, pazienza con chi la pensa diversamente. Un robot che ama incondizionatamente in cambio di 20mila yuan non chiede niente di tutto questo, e chi si abitua a quella comodità rischia di perdere, con il tempo, la capacità stessa di tollerare la fatica di un legame vero. Un’azienda ha individuato la solitudine come mercato e ha costruito un prodotto per monetizzarla, con lo stesso pragmatismo con cui si venderebbe un elettrodomestico.
Non è un problema di tecnologia ma di quello che la tecnologia rivela: da una parte c’è chi resta indietro, chi non ha più energie per rischiare un altro rapporto o chi la sera si ritrova solo in casa senza nessuno con cui parlare; dall’altra c’è chi guarda quel vuoto e ci vede solo un’occasione di business. Il robot che dice “ti amo” non nasce per curare la solitudine ma per sfruttarla, e il fatto che funzioni, che la gente lo compri davvero, non è una buona notizia. È la fotografia di una società che ha smesso di chiedersi perché tante persone restano sole, e ha iniziato a chiedersi solo come guadagnarci sopra.