Per “speculazione edilizia” si fa riferimento ad un sistema che nasce per lucrare sull’andamento del mercato immobiliare, legato storicamente all’urbanesimo, ovvero al massiccio trasferimento di popolazioni dalle campagne ai centri. Si acquistano massivamente terreni ed edifici e poi si vendono per generare una plusvalenza. In Italia esisteva una legge in materia edilizia già nel 1942 ma era evitata, così come le successive leggi repubblicane.
Così, dal 1950 al 1980, si arrivò ad una catastrofe nel paesaggio urbano e rurale della penisola: molti centri storici di città furono trasformati, le periferie divennero giungle di cemento. I governi degli anni ’50 e ’60 lasciarono la massima libertà agli imprenditori edili: solo nel 1964 furono costruiti 450000 nuovi edifici, ma tra il 1946 e il 1963 solo il 16% degli investimenti edili venne destinato a progetti di edilizia abitativa pubblica per le fasce più deboli.
La collusione tra amministrazioni locali e costruttori diede vita a veri propri “sacchi”. Iconici furono quelli di Roma, Napoli e Palermo, dove in quegli anni vennero divorate intere aree agricole e architettoniche in favore dei palazzi. Ne fecero le spese le periferie romane, le ville liberty palermitane e le zone collinari e agricole napoletane, come quella del Vesuvio.