Santità e felicità: cosa significano oggi?

Molti luoghi comuni potrebbero sviare l'analisi

di Padre Raffaele Abagnale

La santità, questa “parolaccia”. Ogni anno, all’approssimarsi del mese di novembre, la nostra mente inizia ad essere invasa di nostalgici ricordi. Per un popolo che sa ironizzare su tutto, compresa la morte, non può non ascoltare, leggere e recitare la celeberrima “Livella” di Totò. Tutto ciò è un chiaro riferimento alla commemorazione dei defunti, così stampata nella coscienza di tutti, fedeli e non, che identifichiamo il mese di Novembre come il mese dei defunti. Ma sarà proprio così?

Come per ogni libro, la cui copertina ci indica già la tematica del contenuto, così il primo giorno del mese succitato. Esso, in effetti, non inizia con la commemorazione dei defunti ma con la Solennità di tutti i santi, una solennità che ci invita a vivere un mese che ha il sapore festa e non di lutto. Gli stessi fedeli defunti, a pensarci bene, si trovano al “camposanto”, in un luogo che, più che parlare di morte come la fine di ogni speranza, ci invita a volgere lo sguardo all’eternità, lo stato in cui ci ritroveremo con i nostri cari.

Usare nel mondo odierno la parola “santità”, però, sembra quasi una parolaccia. L’idea che nei secoli ci siamo fatti dei santi è qualcosa così distante da noi che nemmeno osiamo pronunciarla, figuriamoci aspirarla. Il santo, tuttavia, non è un bancomat di grazie che richiede l’andare in un luogo specifico, fare delle preghiere, magari accompagnata da un’offerta “proporzionata” alla grazia attesa ed il gioco è fatto. Ma che tristezza se la devozione ai santi si ridurrebbe a nutrire una devozione che richiama ad una specifica ritualità! E allora, chi sono i santi e che cos’è la santità?

Il santo, che etimologicamente significa “separare”, altro non è che un uomo o una donna che, nel loro contesto storico, nella loro cultura, e soprattutto nella loro condizione sociale, hanno saputo “separare” dalla quotidianità tutto ciò che era di intralcio al loro cammino di autenticità. Per essere pratici: una mamma dedicando la propria vita ai figli; un operaio a svolgere con dedizione il compito che gli viene affidato, un cittadino al rispetto delle regole sociale, un religioso alla donazione totale della propria vita alla preghiera e all’apostolato, e così via.

È chiaro che ciò comporta a delle fatiche, a volte a delle cadute, ma sempre con lo spirito di chi sa che da solo non può farcela. Nella spiritualità cristiana, infatti, Dio, che è il Santo dei santi, diviene modello ed ispiratore di santità. Il fedele, abbandonandosi alla misericordia divina, sa che non è la sua caduta a giudicarlo ma il suo fidarsi ed affidarsi al Salvatore. La santità, dunque, diviene un programma costante di vita tendente alla perfezione, consapevole che c’è sempre da migliorare. Diceva san Francesco di Sales, a tal proposito: “Chi è il santo, colui che non sbaglia mai? Impossibile. Il santo è colui che si impegna ad eliminare dalla propria vita almeno un difetto.” E continuava: “forse non ci riuscirà, ma ci avrà provato!”.

Essere santi, allora, significa provarci, non arrendersi, confidare in un Dio misericordioso che ci giudica sul nostro impegno, sul desiderio di migliorarci, sul non accontentarsi nel dire: “sono fatto così!”. Certo, Dio tv ama così come sei, ma desidera da voi che possiate tendere a come vi ha pensato, e cioè, separato (santo) da uno stile di vita illusorio, che vi svuota lentamente.

Per incarnare quanto detto nella vita odierna, è necessario superare una mentalità dilagante che invita a “fa’ ciò che ti fa stare bene”. A pensarci bene, non è ciò che vi renderà felice ma il “fai ciò che è bene”. Non una semplice modifica di stile letterario ma un vero programma di vita. Infatti, fare ciò che fa stare bene non sempre è “il Bene” per sè stessi. Può semplicemente distrarre dai propri doveri o dare una sensazione allucinogena della realtà. Il “Bene”, con la “B” maiuscola è, invece, ciò che permette di essere pienamente sè stessi e che, anche se ad impatto può sembrare duro, in realtà permette di raggiungere una felicità duratura.

Un esempio banale è la differenza tra una droga ed un medicinale. Entrambi possono avere un’apparenza ed un sapore piacevole o meno, tuttavia hanno un effetto completamente opposto tra di loro. Mentre le droghe danno una piacere immediato ma temporale (“fai ciò che ti fa stare bene”), la medicina ha un effetto lento con un potenziale terapeutico (fai ciò che è Bene).

Ritornando al discorso iniziale, il santo e la santità sono un Bene al quale dobbiamo sempre tendere. Essere “santi della porta accanto”, come amava dire il compianto papa Francesco, vuol significare essere di esempio nel mondo d’oggi, un mondo che è sempre più condizionato dalla ricerca di influencer. I santi, in un certo senso, santi vogliono essere gli influencer per desiderano la nostra felicità, il nostro bene.

Grazie a San Giovanni Paolo II, che ha canonizzato centinaia di uomini e donne “comuni”, nessuno può più pensare che la santità sia una parolaccia impronunciabile, un obiettivo irraggiungibile, una realtà di altri tempi, ma un desiderio che deve toccare il cuore di ciascuno. Santa Teresa di Calcutta, a tal proposito, amava dire: “La santità non è un privilegio di pochi ma un dovere di tutti”. Sì, è un dovere, perché abbiamo il dovere di essere felici. Chiunque voi siate, siate felici, e ricordatevi di farvi santi, di separarvi da una mentalità che vi vuole uguali agli altri. Siamo tutti meravigliosamente unici.

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