Tra le figure che caratterizzano il tempo di Avvento certamente quella del Battista è la più ingombrante. Nel percorso appena intrapreso, lì dove ci si attendano parole dolci per la venuta di un bambino, la sua voce sembra una stonatura. In realtà, il Tempo di Avvento ha la duplice missione di farci riflettere sia sulla venuta “prima” di Gesù, e cioè il Natale, che sulla sua venuta “ultima”, la Parusia, il tempo così conosciuto come la “fine”, il giudizio universale. Distratti dalla gioia di preparare una culla rischiamo di non preparare una vita.
La figura di Giovanni Battista, col suo outfit non proprio alla moda (vestiva con pelli di cammello) e la sua voce possente in un deserto, in realtà ci ricorda il senso vero di quella nascita misteriosa. Il Natale, infatti, ha senso perché l’uomo deve imparare ad accogliere la vita per testimoniare la gioia del vivere. Due sono gli atteggiamenti, che si fondono l’uno nell’altro, col quale possiamo far sintesi della sua missione: gridare e convertirsi.
Cominciamo da “gridare“. Certamente non manca alla società odierna l’atteggiamento del gridare. Al Verbo, che è Cristo stesso, Giovanni si fa voce, una voce che grida nel deserto. A chi non ritorna alla mente le grida della propria mamma che, nella spensieratezza della nostra fanciullezza, eravamo così sordi a quelle grida che, povera mamma, avrebbe potuto prestare la voce alla migliore opera lirica. Una voce non ascoltata perché presi da nostro unico obiettivo: giocare. Ahimè! La vita non è più un gioco spensierato. Gridare quanta ingiustizia c’è fuori e dentro di noi è questione di vita o di morte. Non si può far finta di essere sordi ad un clima che semina morte, al sangue di donne uccise nel nome della passione, a bambini che muoiono nel silenzio più assordante, a vittime della tratta. Siamo diventati come un deserto incapace di accogliere e seminare speranza, un deserto incapace di credere che c’è qualcuno che possa salvarci da tanta crudeltà e, invece di unirci al grido di Giovanni, ci uniamo al silenzio dei potenti.
Passiamo al secondo atteggiamento, quello di convertirci. Attribuito ai grandi peccatori che cambiano vita, la conversione altro non è che fare “inversione a U”, ritornare indietro, camminare rotta che, nella vita cristiana, significa ritornare ad essere come Dio ci ha pensati: umani.
Che bella la famosa canzone di Mengoni che dice: “credo negli essere umani che hanno il coraggio di essere umani”. Si, gridare in un mondo deserto, arido di autenticità, convertirsi significa ritornare ad essere umani dove l’altro è uno come me, è un mio fratello che ha il diritto incrociare il mio volto, specchiarsi nei miei occhi, di sentirsi a casa nella mia vita.
La venuta prossima del Signore, che Giovanni grida, vi chiede di non dimenticarlo: dategli volto, siate umani, siate accoglienti.