L’anno liturgico, quel ciclo di domeniche che va dall’inizio dell’Avvento fino alla XXXIV domenica ordinaria, vede il suo culmine con la celebrazione della Solennità di “Cristo, Re dell’Universo”. Il termine “re”, assieme al suo verbo “regnare”, richiama alla mente una serie di personaggi più o meno reali che, fin dall’infanzia, ci portiamo stampati nella mente. Abbiamo infatti imparato, fin da bambini, che il Re è qualcuno di potente, che ha una bella corona in testa e che è servito da una miriade di servi nel proprio lussuoso castello. Per tante bambine, ad esempio, sognare il “Principe Azzurro” altro non significava che innamorarsi di una persona bella, ricca e potente che, da lì a poco, l’avrebbe fatta diventare regina di chissà quale regno.
Ma è proprio così anche in ambito di fede? Certamente, mettendo da parte le favole, essere Re, riferito a Gesù, non potrebbe significare che l’esatto opposto di quanto detto finora. Se è vero che è definito “il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3), e che anch’Egli ha una corona sul capo, anche se di spine, non si può dire però che sia stato così “umanamente” potente e servito. La sua regalità proviene dal fatto di essere il Figlio di Dio, e il suo regnare ha tutt’altro a che fare che combattere con armi per conquistare popoli. Essere re, infatti, ha anche le accezioni governare e difendere. Possiamo ritrovare tutto ciò nella derisione che gli è stata offerta proprio mentre pendeva dalla croce: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». (Lc 23,35)
Da quanto detto possiamo ritrovare la sua vera regalità perché Egli governa. La vita stessa di Gesù è stato un governare, un insegnare, uno stare accanto all’altro perché ciascuno potesse essere pienamente se stesso. In una società dove si tende a dire gli altri cosa fare e come essere, Egli si fa modello, governa imprimendo nel cuore della gente il “come” vivere.
Ancora, Gesù è Re perché difende gli altri, li salva con la sua vicinanza. Nella società dello scarto, da vero Re, il Signore si fa vicino all’uomo emarginato. Non è un semplice fare “per” gli ultimi ma stare “con” e lo ha fatto vivendo tra la gente, difendendo l’altro non con spade e bastone ma strappandolo dalle grinfia della solitudine e dell’emarginazione. Nel III millennio, purtroppo, tanti nostri concittadini vivono ai margini della società e forse, pur stando in mezzo a migliaia di persone, risultano essere isole che non vengono raggiute da nessuna scialuppa di salvataggio.
Ultima caratteristica di un autentico re è quella di nutrire. Quale specificità più evidente del nostro Re che nutre il suo popolo con la sua stessa carne nell’Eucarestia. Non dà qualcosa di se ma se stesso, si fa nutrimento per coloro che hanno fame e sete di giustizia.
Ancora una volta abbiamo bisogno di dare volto ad una Parola che si dona a noi; ancora una volta abbiamo necessità di riscoprire che anche noi, grazie al battesimo, siamo re, siamo chiamati, cioè, ad essere maestri di vita (governare) perché le nuove generazioni non soccombano sotto il pese della società selettiva (difendere) facendo sì abbiamo la necessarie autostima (nutrire) per essere l’originale copia di se stessi e non l’ennesima umanità “taroccata”.