Sudan: la guerra dimenticata

Dal 2023 il conflitto sudanese è tra i più drammatici ma anche tra quelli meno raccontati

di Luisa Sbarra

Da quasi tre anni in Sudan infuria una guerra civile che ha trasformato questo Paese in uno dei teatri di sofferenza umana più devastanti del XXI secolo. Eppure, mentre le immagini di altri conflitti dominano titoli, talk show e dibattiti internazionali, la tragedia sudanese continua a scivolare ai margini dell’informazione globale.

Il conflitto è esploso nell’aprile 2023, quando gli scontri tra l’esercito regolare, guidato da Abdel Fattah al-Burhan e la potente milizia delle Forze di Supporto Rapido (RSF), comandata da Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo, sono degenerati in una guerra senza quartiere. Con il passare dei mesi le violenze si sono estese dal cuore di Khartoum alle regioni del Darfur e del Kordofan, trasformando città e villaggi in campi di battaglia. Bombardamenti, artiglieria pesante e attacchi con droni hanno colpito ripetutamente aree densamente popolate, rendendo i civili bersagli quotidiani.

Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, solo nella prima metà del 2025 sono stati documentati almeno 3.384 civili uccisi tra attacchi aerei, colpi di artiglieria ed esecuzioni sommarie, con un aumento significativo rispetto ai mesi precedenti. Nel febbraio del 2025, almeno 56 persone hanno perso la vita in un attacco contro un mercato di Omdurman, mentre in North Kordofan recenti raid con droni hanno colpito famiglie in fuga nei campi per sfollati, uccidendo almeno 24 persone, tra cui otto bambini.

Eppure, nemmeno queste cifre restituiscono l’intera dimensione della tragedia. Le organizzazioni umanitarie stimano che oltre 14 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le proprie case, dando origine alla più grande crisi di sfollati interni del continente africano.

La guerra, come spesso accade, non si manifesta solo attraverso la violenza diretta. Le sue conseguenze si riflettono nella fame, nella malnutrizione, nel collasso dei servizi sanitari e in una diffusa insicurezza quotidiana. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che tra il 70% e l’80% delle strutture sanitarie nelle aree più colpite è chiuso o non funzionante, lasciando milioni di persone senza accesso a cure mediche essenziali. In alcune zone del paese, la carestia è stata ufficialmente dichiarata, con centinaia di migliaia di persone a rischio di morte per fame e mancanza di acqua potabile.

Nonostante l’ampiezza della sofferenza, la guerra in Sudan viene spesso percepita come una “guerra dimenticata”. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, l’accesso alle aree di conflitto è estremamente limitato: giornalisti e osservatori internazionali si trovano di fronte a blackout comunicativi e a rischi elevatissimi nel tentativo di documentare le violenze. A questo si aggiunge la distruzione delle infrastrutture mediatiche locali, che ha drasticamente ridotto la possibilità di trasmettere immagini e testimonianze dal terreno. In un panorama informativo già saturo, altri conflitti più visibili finiscono per relegare quello sudanese a “una guerra di serie B”. Infine, il coinvolgimento indiretto di potenze straniere, che continuano a fornire armi e sostegno alle parti in conflitto, contribuisce a rendere questa crisi meno appetibile per una narrazione mediatica critica e continuativa.

Il risultato è un paradosso crudele: una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo rimane, per gran parte dell’opinione pubblica internazionale, quasi invisibile.

Oltre le cifre e le statistiche, la crisi in Sudan è fatta di vite spezzate, famiglie disperse e comunità costrette a sopravvivere in condizioni che negano la dignità umana. In questo senso, la copertura mediatica non è un dettaglio secondario, ma uno strumento essenziale per attirare attenzione, aiuti e pressione diplomatica. Senza un racconto continuo e consapevole, questa guerra rischia di scomparire dal dibattito pubblico, trasformandosi nell’ennesima tragedia ridotta a numeri che nessuno osserva.

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