#CinemaCourier“The Truman Show”: tra finzione e realtà, un’emozionante satira che fa riflettere

Vittorio Paolino Pasciari Vittorio Paolino Pasciari2 Aprile 20226 min

The Truman Show è un film di genere drammatico-fantascientifico del 1998 diretto da Peter Weir per la sceneggiatura di Andrew Niccol che figura anche come produttore esecutivo. Il soggetto prende parzialmente ispirazione da un episodio della serie tv Ai confini della realtà, dalla vita della pop star Michael Jackson, da diverse idee e intuizioni sviluppate dallo scrittore americano Philip K. Dick per il suo romanzo fantascientifico Tempo fuor di sesto e dalla allora nascente moda televisiva dei reality show. Il film vuole essere una satira fantascientifica che racconta una situazione paradossale portata all’estremo dalla quale emergono una serie di temi filosofici.

Il cast vede come interpreti principali Jim Carrey (Truman Burbank), Ed Harris (Christof), Laura Linney (Hanna Gill / Meryl Burbank), Noah Emmerich (Marlon), Natascha McElhone (Lauren / Sylvia), Holland Taylor (Angela Burbank, madre di Truman), Brian Delate (Kirk Burbank, padre di Truman), Peter Krause (Lawrence), Paul Giamatti (direttore della sala di controllo), Philip Baker Hall (direttore del Network), Kevin James (operatore televisivo) e Blair Slater (Truman da piccolo).

Fra svariati premi e riconoscimenti sono da segnalare 3 nomination agli Oscar 1999 (miglior regia, miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura originale), 3 Premi BAFTA 1999 (miglior regia a Peter Weir, miglior sceneggiatura originale a Andrew Niccol, miglior scenografia a Dennis Gassner) e 3 Golden Globe 1999 (miglior attore in un film drammatico a Jim Carrey, miglior attore non protagonista a Ed Harris, miglior colonna sonora a Philip Glass)

Con un incasso globale di circa 240 milioni di dollari, partendo da un budget di 80 milioni, il film è risultato un successo al botteghino con il plauso della critica ottenendo il 95% di recensioni positive (133) sul sito Rotten Tomatoes con un voto medio di 8,40/10 seguito dal punteggio medio (30 critici) di 90/100 su Metacritic.

“Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice…”

 

TRAMA Truman Burbank è un assicuratore trentenne americano pieno di vita e sempre sorridente che vive sull’isolotto di Seahaven conducendo una vita apparentemente tranquilla fra lavoro, moglie, amici e parenti. Quello che Truman non sa è di essere il protagonista – del tutto involontario e inconsapevole – di uno spettacolo televisivo, il Truman Show, diretto dal regista-demiurgo Christof. La sua stessa vita viene ripresa in diretta mondiale sin dalla sua nascita, quando fu prelevato da una gravidanza indesiderata e “adottato” da un’emittente televisiva. E quando una serie di imprevisti rivelatori della natura fittizia della sua esistenza risvegliano in Truman un assopito desiderio di uscire dalla monotonia della sua quotidianità di facciata, inizierà una lotta psicologica per evadere da una prigione fatta di scenografie e telecamere nascoste.

ANALISI   Fin dall’inizio lo spettatore viene messo al corrente del contesto artificiale già palesemente espresso dai titoli di testa. L’azione scorre rapida e si concentra, nella prima metà della pellicola, sull’esistenza manovrata e spiata – letteralmente – dell’ignaro protagonista. La quotidianità balneare fin troppo tranquilla per sembrare vera comincia, dopo una serie di difetti tecnici del tutto imprevedibili per il burattinaio che dirige lo show, a mettere in allarme un desiderio mai sopito di evasione che, nell’emozionante parte conclusiva della storia, dimostra ancora una volta quanto malata e patetica è una società che vive di finzione consumistica, passando sopra e rinunciando alla libertà di vivere invece di accettare gioie e dolori di una realtà che mai potrà essere sostituita dalla gabbia dentro e dietro lo schermo.

SATIRA E RIFLESSIONE   Il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico australiano Peter Weir è un nome profondamente scolpito nel cuore di chi ama la celluloide grazie a titoli memorabili di successo sia commerciale che di critica. Le sue opere, di altissimo livello qualitativo e spaziando in svariate ambientazioni e situazioni, tendono a focalizzarsi sul mondo dei giovani e degli adolescenti: Picnic a Hanging Rock (1975), Gli anni spezzati (1981), Un anno vissuto pericolosamente (1982), Witness – Il testimone (1985), Mosquito Coast (1986), L’attimo fuggente (1989). Il regista mantiene alta l’attenzione sui comportamenti del soggetto, il cui microcosmo è sottoposto al difficile confronto con un macrocosmo (naturale o sociale) complesso e talvolta ambiguo. Ciò emerge con palese evidenza nel misterioso fascino di Picnic a Hanging Rock e – appunto – nella profetica intuizione sui mass media in Truman Show.

Con le seguenti parole il film è stato acclamato sul sito Rotten Tomatoes :

“Un film divertente, tenero, e stimolante, è ancora più degno di nota per la sua visione straordinariamente preziosa della cultura delle celebrità in fuga e una nazione con una sete insaziabile di dettagli privati di vite ordinarie.”

Nella nostra società assuefatta di schermi in pixels sono ancora – e purtroppo – vivi i reality show che al tempo del film erano – per fortuna – ancora una realtà commerciale allo stato embrionale. Fin troppo facile sarebbe per le menti odierne, acute o meno, obiettare che i protagonisti dei ‘nostri’ show in diretta sono, a differenza di Truman, pienamente consapevoli di essere oggetti seguiti in diretta h 24 da milioni di spettatori paganti il canone o l’abbonamento in streaming. E anzi, volendo applicare un minimo di intuizione, la prigionia dell’ignaro protagonista di questo film risulta anche meno sconcertante – per non dire sconvolgente – di quella ‘consapevolmente’ scelta da tutti coloro che, in nome di un banale like sul profilo web o inseguendo il falso idolo della popolarità relegata all’immagine visiva, sono pronti a sacrificare la vita vera (“NON HO UNA TELECAMERA NELLA TESTA!”) per diventare l’ennesimo prodotto da dare in pasto a chi fugge dalla realtà per cercare in uno schermo il puro svago sotto forma di nuove scenografie in uno show fittizio che – come dimostrano i due guardiani di garage prima dei titoli di coda – ha breve durata e una volta finito può essere, tranquillamente e cinicamente, rimpiazzato da un altro titolo sull’elenco delle guide tv.

Jim Carrey è un geniale pilastro della celluloide capace come pochissimi di far divertire, emozionare e riflettere in qualunque contesto decida di mostrare il suo innato e indiscusso talento artistico. In questa intuitiva e profetica opera di Peter Weir offre una delle sue prove attoriali più apprezzate affermandosi come attore drammatico fino ad allora noto specialmente per il suo talento comico-demenziale (Ace Ventura – Scemo & più scemo – The Mask recensione qui). Di recente l’attore canadese ha accennato ad un suo prossimo ritiro dalle scene e in attesa di un meritato riposo è sempre un piacere assaporare di nuovo il suo indiscusso talento.

DA VEDERE E RIVEDERE.

Vittorio Paolino Pasciari

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.

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