Il film “Tre ciotole“, presentato in anteprima mondiale di Toronto International Film Festival, per la regia di Isabel Coixet, è nelle sale italiane dal 9 ottobre. Parla di morte ma è anche un inno alla vita. Tratto dall’ultima raccolta di racconti di Michela Murgia, in quel momento già cosciente di essere prossima alla morte, il film coglie la consapevolezza leggera con cui si affronta la fine della vita dando però anche un senso alla propria esistenza.
La trama si incentra sulla protagonista, Marta, che vive da setta anni con Antonio, chef rinomato e apprezzato. Quest’ultimo, stanco del modus operandi di Marta, la lascia. Lei soffre molto per questa assenza, tanto da affidare le sue riflessioni ad un cartonato di un cantante pop coreano. Purtroppo, durante questa fase di riflessioni e di dolore per l’abbandono, scopre che il suo malessere non è dovuto solo ad un fatto psicologico o alle schifezze che mangia ma ad un cancro ormai al quarto stadio. La sorella Elisa cerca di starle vicino a modo suo, ma Marta è un tipo particolare, introversa e restia a fare le cose solo per far piacere agi altri. Il collega, professore Agostini, cerca di corteggiarla ma lei continua a scappare in bicicletta in una Roma sfuggente come la protagonista stessa.
Il film, definito da qualcuno un “midcult”, è un inno alla vita, a vivere come si vuole senza dare importanza alle cose stupide. Tutta la trama risente dell’influenza della scrittrice consapevole di ciò che l’attende, perciò il film è una sequenza di azioni che Marta compie per dare senso alla propria esistenza e trovare quella serenità interiore che rincorriamo tutti.
La regista spagnola Isabel Coixet non è nuova a questo genere di sceneggiatura, aveva già affrontato il tema del fine vita nel film “La mia vita senza di me”, dove le protagonista crea una serie di connessioni per assicurare un futuro ai figli e al marito.
Nell’attuale film Marta cerca di vivere fino alla fine la vita intensamente, concedendosi anche un momento d’amore col professore Agostini. Marta è interpretata da Alba Rohrwacher, grande attrice italiana, che qui però mal si adegua fisicamente alla donna sportiva, ciclista, insegnante di educazione fisica del libro. La figura della donna sportiva stride con la figura di Marta, introversa e poco incline alla socializzazione.
La regista si concentra sulle scene madri, ma non riesce a dare con l’inquadratura l’intensità giusta nei momenti topici del film. Le scene sono melense e non raggiungono mai la forza del tragico messaggio. Tuttavia, i film vanno sempre visti perché ciascuno deve avere un’idea personale che non sempre coincide con quella degli altri. Per cui, non vi resta che vederlo e farvi la vostra idea. Buona visione.