AttualitàPunti di VistaIl caso di Vanessa Zappalà ci dice che in Italia oggi non basta denunciare

Luisa Sbarra Luisa Sbarra3 Settembre 20215 min

Vanessa Zappalà, 26 anni, da 4 anni lavoratrice in una panetteria, sognava di riuscire a mettere da parte i soldi necessari per poter permettersi di iscriversi e frequentare l’università. Sognava perché, come è purtroppo noto, è stata uccisa dal suo ex fidanzato sul lungomare di Aci Trezza, in provincia di Catania. L’uomo, di 38 anni, l’ha afferrata per i capelli e, infine, le ha sparato addosso 7 colpi di pistola. Successivamente Antonino Sciuto (questo è il nome del giovane), già noto alle forze dell’ordine, è stato ritrovato morto in un casolare di Trecastagni dagli inquirenti, che lo stavano cercando per l’omicidio della ragazza. Dopo l’uccisione di Vanessa, infatti, Sciuto ha lasciato un messaggio per i familiari e si è impiccato, ponendo fine anche alla sua di vita.

Ancora una volta siamo davanti ad un caso di femminicidio, l’ennesimo. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso in occasione della giornata internazionale della donna, aveva citato una ad una le vittime di tale fenomeno dall’inizio del 2021. Erano undici. 11 nomi, 11 persone, per lo più uccise da chi avevano amato. Da allora, la lista si è allungata di parecchio e sarebbe molto più complicato menzionarle tutte. Infatti, ad oggi, sono 41 le donne uccise in Italia in quest’anno.

La storia di Vanessa, però, assume un significato diverso ed è la prova che c’è qualcosa che non va nel sistema, che ci sono delle grosse lacune da colmare. Quel che rende questa vicenda preoccupante agli occhi di tutti, infatti, è che, in questo caso, la 26enne aveva fatto tutto quello che c’era da fare per prevenire e non è bastato a salvarle la vita. Stavolta non c’era di mezzo la paura, non c’era omertà, non c’era nessuna situazione celata. La giovane aveva denunciato per stalking l’ex, aveva parlato sia con i parenti che con gli amici delle percosse subìte, degli abusi, degli appostamenti, li aveva persino ripresi con il cellulare. Tutti sapevano, Stato compreso. Eppure, nonostante ciò, è morta lo stesso. Nessuno è stato in grado di proteggerla, di farla uscire incolume da quel terribile incubo. Come è possibile che nessuno abbia potuto fare nulla, nonostante fosse nota a tutti la situazione?

Ci sono numerose campagne di sensibilizzazione sul fatto di denunciare, su quanto sia fondamentale. Ci sono persone ed enti che si impegnano tantissimo per cercare di contrastare questa violenza di genere e fare concretamente qualcosa, ma tutto ciò non basta, a causa della enormità del problema e perché mancano gli strumenti giuridici adatti.

Di questo avviso sono parecchie persone coinvolte nella storia di Vanessa. Il luogotenente, Corrado Marcì, della stazione di Trecastagni, si era molto affezionato alla ragazza e aveva preso a cuore il suo caso, la considerava ormai come una sorella minore e lui stesso si è detto poi rammaricato di non aver potuto fare di più. Dopo la denuncia la ragazza era rinata, si sentiva libera, priva di un peso, finalmente felice. Lo stesso Marcì aveva arrestato il giovane, dopo un breve inseguimento, proprio per essersi appostato con la sua auto sotto casa di Vanessa. Dopo tre giorni ai domiciliari, il giudice per le indagini preliminari ritirò la custodia cautelare ed impose solamente il divieto di avvicinamento. Antonino Sciuto era inoltre responsabile anche di maltrattamenti in famiglia, oltre che di atti persecutori.

Anche il sindaco Giuseppe Messina la pensa così. Durante i funerali della ragazza ha infatti dichiarato: “Il femminicidio è uno stillicidio di sangue, per questo è necessario modificare le norme che regolano lo stalking”. Ha aggiunto poi in un’intervista: “Ancora una volta un amore malato che non si rassegna e non accetta un no. Un altro femminicidio in qualche modo annunciato, considerato che Vanessa aveva denunciato l’ex per stalking. Servono misure più incisive e immediate nella tutela della vittima ma, soprattutto, è necessaria una rivoluzione culturale che educhi al rispetto vero e concreto della donna. Rivoluzione che deve partire dalle famiglie in primis e proseguire nelle scuole”.

Per Marisa Scavo, procuratrice aggiunta a Catania, che si occupa da tempo immemore di reati contro le donne, “non aumentare il minimo della pena a due anni per il reato di stalking è un limite enorme, perché ci impedisce di effettuare il fermo nei casi in cui non c’è flagranza”.

Infine, ci sono le parole di Carmelo, padre di Vanessa: Con le leggi giuste si sarebbe potuto evitare l’omicidio di mia figlia, ma anche quelli che ci sono stati e quelli che verranno dopo, perché ancora ce ne saranno”. Si spera che le parole di quest’uomo, provato dal dolore, non diventino profetiche e che la morte di questa giovane donna sia da monito per cambiare ciò che non funziona.

Luisa Sbarra

Luisa Sbarra

Studentessa di Giurisprudenza alla Federico II di Napoli con la passione per la scrittura da sempre.

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