Vince Vivenzio, attore cinematografico nativo di Nola, si racconta in occasione del nostro podcast “Stasera Che Sera” su Radio Star 2000. Ospite della prima puntata della terza stagione, ha parlato ai microfoni di Nello Cassese e Maurizio Viviani (QUI LA PUNTATA INTEGRALE).
“Il mio nome si pronuncia Vince, all’italiana – racconta – il mio nome di battesimo è Vincenzio ma Gianni Amelio, per me un maestro, me lo cambiò durante il provino per Campo di Battaglia. Mi disse che non gli piaceva, me lo disse in napoletano essendo calabrese. Mi spiegò che funzionava meglio così ed ha funzionato . Ora ci ho fatto l’orecchio“.
“E’ un periodo molto particolare per il Cinema – continua – parlo di tutta la macchina cinematografica, perchè ci sono tante manovalanze. Ci sono tanti che non lavorano perchè non ci sono le produzioni di una volta. Ci sono tante produzioni americane che adesso stanno dando, per fortuna, molto lavoro. Ci auguriamo, però, che possa tornare a splendere come prima il Cinema italiano che ha dimostrato che è ancora di alta qualità“.
Vivenzio ha preso parte al premiato film “Campo di Battaglia”, un’esperienza importantissima per la sua carriera: “Il film, ambientato nella Prima Guerra Mondiale, ha come protagonisti due medici, Alessandro Borghi e Gabriel Montesi. I due medici affrontano diversamente la situazione, uno vuole spedirli nuovamente sul campo di battaglia e uno a casa. Io interpreto Vincenzo Fiorillo, un soldato napoletano, e per farlo ho dovuto realmente studiare il dialetto antico. Non è quello classico contemporaneo, molte serie tv e film ambientati a Napoli ora lo stanno forzando“.
“Oltre ad essere attore, insegno anche questo mestiere ai ragazzi e gli dico sempre che se davvero cercano solo la fama allora non possono farlo – conclude Vivenzio – Ci vuole molto studio, adesso ci sono in special modo sui social tanti personaggi che io considero meteore. A me è stata insegnata una cosa, e io la insegno ai ragazzi, ovvero che non bisogna mai giudicare il personaggio. Pensiamo al serial killer, al pazzo. Io non sarei mai come loro ma ho imparato che, per raccontarlo e interpretarlo, bisogna comprenderlo e capirlo. Non bisogna mai giudicarlo. Ci vuole tanto lavoro, soprattutto se è totalmente diverso da te. Io ci metto almeno dieci giorni di lavoro intenso” .