“Je so’ pazzo”, il film su Pino Daniele, è arrivato nelle sale. Lo firma Nicola Prosatore e racconta un pezzo della vita del musicista che il pubblico conosce poco: gli anni in cui Pino non era ancora Pino Daniele. Si parte dall’infanzia e si arriva al concerto del 1981 in piazza del Plebiscito, quando il ragazzo cresciuto a Napoli era già diventato la voce della sua città. Ad interpretarlo c’è Massimiliano Caiazzo, che molti spettatori, soprattutto i più giovani, hanno imparato a conoscere con “Mare Fuori“.
Il titolo non ha bisogno di spiegazioni. È una delle sue canzoni più amate, quella di un ragazzo che si dichiara matto, che vuole essere quello che vuole lui e chiede a tutti di lasciarlo in pace. Metterla in copertina di un film che parla di formazione è una scelta precisa: la storia che Prosatore vuole raccontare è quella di uno che, prima di riempire le piazze, ha dovuto trovare il suo modo di stare al mondo. E il suo modo di suonare.
Anche il punto in cui il racconto si ferma dice molto. Il concerto del Plebiscito è uno di quei momenti che a Napoli si tramandano come una storia di famiglia: chi c’era lo racconta ancora, chi non c’era l’ha sentito raccontare decine di volte. Chiudere il film lì significa lasciare fuori tutto quello che è venuto dopo (i dischi, i tour, le collaborazioni) e concentrarsi sulla parte meno battuta. Come si diventa Pino Daniele, prima di esserlo.
È una scelta che ha senso, perché il Pino Daniele famoso i napoletani ce l’hanno già dentro. Le sue canzoni non sono rimaste chiuse nei dischi: le suonano i musicisti di strada, partono dalle autoradio, tornano ad ogni festa. Quando è morto, nel gennaio del 2015, migliaia di persone si sono ritrovate in piazza del Plebiscito, la stessa piazza di trentaquattro anni prima, per salutarlo, cantando. Pochi artisti hanno avuto con questa città un legame così fisico, fatto di luoghi e di voci più che di ricordi.
Pino Daniele ha preso il napoletano e lo ha portato dentro il blues, il jazz, il rock. Ha cantato una Napoli vera, con le sue bellezze e le sue ferite, senza cartoline, e per questo portarlo al cinema è un lavoro delicato. Con un personaggio così amato il rischio è quello del santino, un ritratto tutto in positivo, perfetto e un po’ finto. Oppure il confronto impossibile con un volto e una voce che tutti hanno negli occhi e nelle orecchie. Raccontare il giovane Pino, quello che in pochi hanno visto, lascia al film e al suo protagonista uno spazio più libero.
Negli ultimi anni il cinema è tornato spesso sugli artisti che hanno fatto Napoli. Mario Martone ha portato sullo schermo Eduardo Scarpetta con “Qui rido io” e ha raccontato Massimo Troisi nel documentario “Laggiù qualcuno mi ama”. Su Pino Daniele c’era già stato “Il tempo resterà”, il documentario di Giorgio Verdelli. Troisi e Pino, del resto, erano amici, e la musica di “Ricomincio da tre” porta la sua firma. Sono storie che si incrociano, come succede spesso da queste parti, dove teatro, musica e cinema si sono sempre parlati.
Ogni film di questo tipo, alla fine, si scontra con lo stesso problema: la memoria di un artista così, a chi appartiene? Alla famiglia, ai fan, ai critici? A Napoli la risposta è più semplice: è di tutti. Ognuno ha il suo Pino Daniele (una canzone ascoltata in macchina, un concerto, una frase diventata un modo di dire) e ognuno entrerà in sala con quel ricordo in tasca. È il pubblico più difficile per chi racconta un mito: gente che lo conosce già, o almeno crede di conoscerlo.
Il film di Prosatore sceglie di prendere quel pubblico e riportarlo indietro, a quando niente era ancora scritto. Al bambino, al ragazzo con la chitarra, alla strada fatta per arrivare fino a quella sera del 1981. Poi le luci in sala si riaccendono. Il resto della storia, a Napoli, lo sanno già tutti a memoria.