C’è un momento, appena esci dalla stazione della Circumvesuviana a Sarno, in cui l’aria cambia. L’odore del mare di Napoli resta indietro e arriva quello della terra bagnata, del pomodoro che matura ai bordi dei campi, dell’acqua che scorre da qualche parte lì nelle vicinanze. Segui il suono e lo trovi: è il fiume Sarno. Non è certamente il fiume che trovi nelle cartoline, è un fiume che ha visto passare Romani, contadini, che ha visto nascere fabbriche e che oggi prova a rimettersi in piedi. Ma è proprio questo a renderlo vivo. È qui che è stata Nicia di domenica.
Appena arrivata, Nicia scende verso Foce. Qui il Sarno nasce, dalle sorgenti del Monte Saro, e per un tratto l’acqua è ancora chiara, veloce, rumorosa. Le Cascatelle scendono tra i sassi e la vegetazione come se nessuno le guardasse da anni. E infatti per molto tempo è stato così. Gli anziani del posto si fermano a guardarle la domenica mattina, con le mani in tasca, come si guarda un parente che si è ammalato e adesso sta meglio.
Poco più in là, proprio nel quartiere Foce, la terra ha restituito un altro pezzo di storia. Il Parco Archeologico di Sarnum è piccolo, quasi nascosto tra le case. Ma sotto i tuoi piedi ci sono i resti di una villa romana, di una strada, di anfore che aspettavano di essere caricate su una barca per scendere verso il mare. L’eruzione del 79 d.C. ha fermato tutto in un attimo ma il fango ha conservato e oggi si può camminare su pavimenti che hanno 2000 anni. Nicia ascolta una vecchia signora che dice: “Qui passava la via che portava da Nocera a Pompei. Sarno era un nodo”. Nicia allora pensa: “quanta gente è passata di qui prima di me, con lo stesso passo frettoloso”.
La nostra protagonista risale verso il centro. Il Castello Normanno veglia sulla valle da una collina bassa e il Duomo di San Michele si è rialzato dopo il terremoto dell’80, con le facciate chiare e le campane che suonano l’ora delle trattorie.
Perché a Sarno, a mezzogiorno, tutti si fermano per mangiare. Entri in una trattoria e ti portano il pomodorino di Sarno in una ciotola a parte, come si fa con il pane buono. È piccolo, dolce, con la buccia sottile. Lo mangi crudo, con un filo d’olio, e capisci perché questa valle è fertile da sempre. La pasta arriva dopo, al dente, condita con ragù che cuoce da mattina. Nessuno ti chiede se vuoi il parmigiano: qui si usa il provolone del Monaco, e basta.
Nel pomeriggio il paese si svuota. Resta il silenzio e il rumore dell’acqua più in basso. Nicia sale al Santuario di Piedigrotta. A settembre diventa il centro del mondo per migliaia di persone, con la processione e i fuochi che illuminano la valle. Oggi è vuoto, e riesci a sentire il motivo per cui la gente ci torna ogni anno. Non è solo devozione. È appartenenza.
La sera, mentre il treno torna verso Napoli, la nostra viaggiatrice di provincia pensa che Sarno non cerca di piacere. Non ha il mare, non ha le rovine perfette di Pompei, non ha le strade pedonali piene di turisti. Ha altro. Ha la fatica di una terra che ha dovuto risalire, ha l’ostinazione di chi resta, ha il gusto di un pomodorino che non trovi da nessun’altra parte. E forse, per un viaggio, basta questo. Un posto che non ti mostra solo le cose belle. Ti mostra perché sono diventate belle.




