C’è una scuola nella vita che ha il numero più alto di assenteismo eppure nessuno ne uscirà senza diploma. È la scuola della morte. La paura dell’incognito, di una vita che perde il suo significato, mette ogni “alunno” nella facile scelta di disertare le lezioni di vita. Eppure, se è vero che si vive una sola volta, ancor più vero è che si muore una sola volta.
In occasione della solennità di Ognissanti, la liturgia ci fa vivere la grande esperienza della commemorazione dei fedeli defunti. Essa non è una festa né un rievocare il dolore per un caro estinto. Celebrare questa commemorazione ha, per certi aspetti, il sapore di volere frequentare una Lectio magistralis sulla vita e sul vivere. Dovremmo seriamente imparare che, per quanto ci affanniamo, la vita biologica ha un termine.
Verrebbe spontaneo da chiederci: che senso ha impegnarsi a fare il bene, ad essere belli e buoni con gli altri se poi tutto finisce? Per rispondere ci aiuta uno dei prefazi della liturgia che si usa nella messa dei defunti:
«… e se ci rattrista la certezza di dover morire,
ci consola la promessa dell’immortalità futura.
Ai tuoi fedeli, o Signore,
la vita non è tolta ma trasformata;
e mentre si distrugge la dimora
di questo esilio terreno,
viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.»
(da: MR, Prefazio dei Defunti I)
Da quanto appena ascoltato, la speranza cristiana non abolisce assolutamente il dolore di fronte ad una vita che si spegne ma, e lo grida con forza, si apre alla speranza che c’è una vita più ampia, eterna, che Dio stesso ha preparato per i suoi fedeli. È Cristo, con la sua Risurrezione, che ci rassicura in ciò, è la sua stessa vita donata che ci invita a non lasciarci schiacciare dalla disperazione.
Per quanto la morte resti un mistero poco spiegabile, nonostante la teologia si sforzi giustamente a farlo, la morte resta una scuola da frequentare e dalla quale imparare per rendere i giorni terreni una gioiosa esperienza da condividere. Sorella, come la chiamava san Francesco d’Assisi, trasforma una vita passeggera in eterna, ci fa passare da una condizione temporale ad una senza fine. Essa spaventa, è vero, ma come recitava il grande Totò, è una livella e ci mette tutti nella stessa condizione. Perché aspettare? Iniziamo ad amarci senza disuguaglianze.