Il digital strategist e fondatore di Teamsy e del progetto educativo Dis Connect analizza il ruolo di TikTok, Instagram e Telegram negli episodi di violenza che hanno coinvolto centinaia di giovani a Milano. Dalle dinamiche di gruppo agli algoritmi, dai controlli sui minori alle responsabilità delle piattaforme: “Non possiamo continuare a educare i ragazzi con strumenti analogici mentre loro vivono in un mondo digitale“. Gli scontri che hanno attraversato il centro di Milano il 17 e 18 ottobre hanno riportato al centro del dibattito pubblico il rapporto tra social network, giovanissimi e violenza. Una manifestazione nata per protestare contro il carovita, promossa anche attraverso le piattaforme digitali, è degenerata in scontri con le forze dell’ordine, vandalismi e danneggiamenti. Tra le persone fermate e arrestate figurano anche minorenni.
Ma a colpire non sono soltanto le immagini delle violenze. È anche il ruolo assunto dagli smartphone, utilizzati per organizzare gli appuntamenti, documentare gli scontri e rilanciare in tempo reale video capaci di raggiungere migliaia di persone. Quanto hanno inciso i social? E soprattutto, dove finisce la responsabilità individuale e dove comincia quella delle piattaforme?
Ne abbiamo parlato con Danilo Zanghi, digital strategist ed esperto di comunicazione digitale, con un percorso professionale maturato in realtà come Fanpage.it, Torcha, NOS e Visit Italy. Fondatore di Teamsy, agenzia di comunicazione nata a Napoli, Zanghi è anche tra i promotori di Dis Connect, progetto educativo e culturale dedicato al rapporto tra giovani, intelligenza artificiale e tecnologie digitali, che sviluppa attività di sensibilizzazione e confronto con il mondo della scuola e dell’università.

Zanghi, partiamo da Milano. Che cosa l’ha colpita maggiormente di quanto accaduto?
Più che la presenza dei social nell’organizzazione della protesta, mi ha colpito il modo in cui la violenza è stata raccontata e vissuta da alcuni ragazzi. In diverse immagini vediamo smartphone accesi, persone che riprendono, altre che sembrano quasi esibirsi davanti a una telecamera. Il problema, a mio avviso, è proprio questo: per alcuni giovani non basta più partecipare a un evento, bisogna dimostrare online di esserci stati. E quando l’evento diventa violento, il rischio è che anche quella violenza venga trasformata in un contenuto da condividere. Non sto dicendo che TikTok abbia generato gli scontri. Sarebbe una lettura semplicistica. Dico che oggi un comportamento violento può ottenere una visibilità immediata che vent’anni fa non esisteva. E questa prospettiva può condizionare il comportamento di chi cerca approvazione e riconoscimento.
Possiamo parlare di una sorta di esaltazione collettiva alimentata dai social?
Assolutamente sì, almeno come dinamica possibile. C’è un fenomeno che definirei di esaltazione di gruppo. Un ragazzo, preso singolarmente, potrebbe non compiere mai determinate azioni. Ma quando si trova all’interno di un gruppo, magari circondato da coetanei che lo incoraggiano e da smartphone che registrano, può sentirsi legittimato a superare dei limiti. I social aggiungono un ulteriore elemento: il pubblico non è più soltanto quello fisicamente presente in piazza, ma potenzialmente quello di migliaia di persone collegate. La ricerca di visibilità può diventare una forma di pressione sociale. Si finisce per compiere un gesto non soltanto per il gruppo che si ha davanti, ma anche per quello che ci guarderà attraverso uno schermo. Naturalmente non possiamo attribuire questa motivazione a tutti i ragazzi coinvolti a Milano. Ma è una dinamica che merita di essere studiata, perché il confine tra emulazione, appartenenza e spettacolarizzazione si sta facendo sempre più sottile.
Instagram, TikTok e Telegram sono stati citati più volte nelle ricostruzioni. Che ruolo possono avere piattaforme così diverse?
Ogni piattaforma possiede caratteristiche che possono favorire modalità differenti di comunicazione. Instagram è molto efficace per far circolare inviti, locandine, storie e informazioni tra comunità di utenti. TikTok ha una caratteristica ancora più interessante: può raggiungere persone che non conoscono minimamente chi ha pubblicato un contenuto. È la logica della distribuzione algoritmica, che può portare un video ben oltre la cerchia dei follower. Telegram, invece, consente di creare gruppi e canali attraverso i quali le informazioni possono essere condivise rapidamente con comunità anche molto numerose. Il risultato è che una mobilitazione può partire da una cerchia relativamente piccola e raggiungere persone completamente estranee a quel gruppo. È importante però distinguere tra l’organizzazione di una manifestazione, che è un diritto democratico, e l’eventuale utilizzo delle piattaforme per coordinare azioni violente.
Perché si parla tanto di Telegram? È davvero un luogo digitale dove non rimangono tracce?
No, ed è importante chiarirlo. Telegram viene spesso percepito come uno spazio nel quale si può comunicare senza essere rintracciati. Ma tecnicamente non è così. La piattaforma permette di utilizzare pseudonimi, gruppi privati e strumenti che aumentano la riservatezza. Le chat segrete, per esempio, utilizzano la crittografia end-to-end. Ma le normali chat di gruppo non funzionano allo stesso modo e l’utilizzo di Telegram non garantisce affatto l’anonimato. In presenza dei necessari presupposti giuridici, le autorità possono richiedere dati alla piattaforma e acquisire elementi attraverso dispositivi, partecipanti alle conversazioni e altre attività investigative. Il punto è un altro: i gruppi chiusi possono diventare ambienti nei quali determinate idee si rafforzano reciprocamente, senza un reale contraddittorio. Ed è lì che bisogna prestare attenzione, soprattutto quando si passa dal confronto alla normalizzazione della violenza.
E su TikTok, invece, che cosa succede quando un video violento comincia a circolare?
Entra in gioco il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione. Le piattaforme analizzano diversi segnali, tra cui il tempo di visualizzazione e le interazioni, per individuare i contenuti che potrebbero interessare agli utenti. Un video particolarmente scioccante o emotivamente coinvolgente può attirare molta attenzione e, in determinate condizioni, ottenere una diffusione molto ampia. Questo non significa che TikTok premi automaticamente la violenza. Esistono sistemi di moderazione e regole che possono limitarne la circolazione. Il problema è capire quanto siano efficaci e quanto rapidamente intervengano. Se un contenuto pericoloso raggiunge migliaia di persone prima di essere rimosso, il danno potrebbe essere già stato prodotto. La velocità di diffusione è spesso superiore alla velocità con cui riusciamo a comprendere e gestire le conseguenze di ciò che vediamo.
Durante gli scontri si è parlato anche di dirette TikTok. Quanto possono incidere le live?
Le dirette aggiungono una dimensione particolarmente delicata, perché eliminano la distanza temporale tra quello che accade e quello che viene mostrato. Chi guarda può commentare, reagire, incoraggiare. Chi trasmette riceve un riscontro immediato dal pubblico. In una situazione già molto tesa, questo meccanismo può amplificare l’eccitazione collettiva. Va chiarito che TikTok consente di avviare dirette soltanto agli utenti che risultano avere almeno 18 anni. La presenza di giovanissimi nei video non significa quindi necessariamente che siano loro a trasmettere, né dimostra automaticamente un aggiramento delle regole. La domanda che dovremmo porci è se gli strumenti di rilevamento e moderazione siano sufficientemente rapidi quando una diretta mostra situazioni di violenza reale.
Le forze dell’ordine oggi possono utilizzare i social per identificare i responsabili di episodi violenti?
Certamente. Oggi un’indagine può partire anche da un contenuto pubblicato online. Video, fotografie, profili pubblici, commenti e collegamenti tra account possono rappresentare elementi utili per ricostruire determinati episodi. Esiste un’attività di analisi delle informazioni disponibili pubblicamente, conosciuta come OSINT, Open Source Intelligence, che può aiutare gli investigatori a individuare collegamenti, luoghi e sequenze temporali. Naturalmente bisogna distinguere tra un indizio e una prova. Non basta comparire in un video o partecipare a un gruppo Telegram per essere responsabili di un reato. Trovo però paradossale che alcuni ragazzi possano pubblicare immagini di comportamenti potenzialmente illeciti senza rendersi conto che quelle stesse immagini potrebbero contribuire a identificarli. Lo smartphone che utilizzano per cercare visibilità può diventare anche uno strumento utile alle indagini. La tecnologia non è soltanto un mezzo per comunicare, ma può contribuire a ricostruire i fatti e ad accertare responsabilità individuali.
Esistono social network più sicuri di altri?
Credo sia sbagliato dividere le piattaforme tra buone e cattive. La sicurezza dipende soprattutto dalle caratteristiche tecniche, dalle modalità di utilizzo e dall’efficacia dei sistemi di protezione. Instagram, TikTok, Telegram e WhatsApp hanno funzioni diverse e presentano rischi differenti. Su una piattaforma il problema può essere l’esposizione a contenuti violenti, su un’altra la presenza di comunità chiuse difficili da monitorare; su un’altra ancora i contatti indesiderati. Il punto centrale è che nessuna piattaforma può essere considerata completamente sicura per un minore soltanto perché dispone di un regolamento. I social sono progettati per favorire le interazioni. Dovrebbero però essere altrettanto efficaci nel proteggere gli utenti più vulnerabili. È anche una questione di progettazione tecnologica, non soltanto di comportamento individuale.
Le piattaforme hanno strumenti di parental control. Quanto funzionano davvero?
Gli strumenti esistono e vengono spesso sottovalutati. TikTok, per esempio, dispone della funzione Collegamento Familiare, conosciuta anche come Family Pairing, che permette ai genitori di gestire alcune impostazioni relative al tempo di utilizzo, alla privacy e alle interazioni dei figli. Anche Instagram mette a disposizione funzionalità di supervisione e protezioni per gli account degli adolescenti. Il problema è che molti genitori non conoscono questi strumenti o non sanno configurarli. E questo evidenzia un enorme divario di competenze digitali tra generazioni. Ma il parental control non può sostituire l’educazione. Controllare per quanto tempo un ragazzo utilizza TikTok è importante, ma lo è altrettanto comprendere quali contenuti guarda, con chi interagisce e quale valore attribuisce all’approvazione online. Il controllo tecnico serve, ma senza dialogo ed educazione digitale rischia di diventare soltanto un blocco facilmente aggirabile.
Tra i ragazzi coinvolti negli scontri di Milano ci sono anche giovanissimi. Ha senso vietare i social sotto una determinata età?
È un tema complesso, sul quale credo serva un confronto serio, non una risposta dettata dall’emotività del momento. Personalmente sono favorevole a limiti più rigorosi per l’accesso dei minori alle piattaforme, soprattutto quando parliamo di bambini che non hanno ancora sviluppato gli strumenti necessari per comprendere determinate dinamiche. In Italia, oggi, un minore che ha compiuto 14 anni può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati personali per i servizi digitali, nei casi previsti dalla legge. Sotto questa età interviene chi esercita la responsabilità genitoriale. Ma attenzione, non significa che tutti i social siano automaticamente accessibili a 14 anni. Ogni piattaforma prevede anche proprie condizioni di utilizzo e limiti per determinate funzionalità. Dobbiamo soprattutto domandarci se dichiarare una data di nascita sia un sistema sufficiente per verificare l’età di un utente. Io credo che servano sistemi di verifica più affidabili e rispettosi della privacy, accompagnati da un percorso educativo. Vietare senza educare rischia semplicemente di spostare il problema altrove.
Dal punto di vista giuridico, le piattaforme hanno responsabilità su ciò che viene pubblicato?
Sì, ma bisogna fare delle distinzioni. Non esiste una responsabilità automatica della piattaforma per ogni comportamento illecito compiuto da un utente. In Europa abbiamo però uno strumento importante, il Digital Services Act, che introduce obblighi per i servizi digitali in materia di contenuti illegali, trasparenza, segnalazioni e protezione degli utenti. Le piattaforme molto grandi sono inoltre soggette a obblighi specifici di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici, inclusi quelli che riguardano i minori. La regolamentazione, quindi, esiste. La vera sfida è renderla efficace. Non possiamo pretendere che le piattaforme siano responsabili di ogni gesto umano, ma possiamo pretendere che facciano tutto ciò che è ragionevolmente necessario per limitare la diffusione di contenuti illegali e proteggere i minori. Se un sistema tecnologico è capace di analizzare milioni di interazioni per suggerirci un prodotto o un video, è legittimo chiedersi come quelle stesse capacità possano essere impiegate per individuare tempestivamente situazioni di rischio.
Perché secondo lei tanti giovani sentono il bisogno di filmare e condividere anche episodi di violenza?
Perché per una parte delle nuove generazioni la dimensione digitale è diventata una componente fondamentale della costruzione della propria identità. La visibilità online viene talvolta confusa con il riconoscimento sociale. Un video con migliaia di visualizzazioni può essere percepito come un successo, indipendentemente dal suo contenuto. E quando questa ricerca di approvazione si incontra con la pressione del gruppo, il rischio di comportamenti estremi può aumentare. Non vorrei però che passasse un messaggio sbagliato: i ragazzi non sono tutti così e i social non producono automaticamente devianza. Ci sono giovani che utilizzano queste piattaforme per informarsi, studiare, creare progetti e costruire opportunità professionali. Il nostro compito è impedire che la ricerca di visibilità diventi più importante della consapevolezza delle proprie azioni.
Lei ha fondato anche Dis Connect, un progetto che affronta proprio il rapporto tra giovani e digitale. Da dove bisogna ripartire?
Dis Connect nasce da una convinzione: oggi parliamo tantissimo di tecnologia, ma ancora troppo poco di come questa stia modificando i comportamenti umani. Attraverso il progetto stiamo costruendo occasioni di confronto con docenti, studenti, famiglie e mondo universitario, coinvolgendo realtà accademiche come la Parthenope, la Federico II e il Suor Orsola Benincasa. Non vogliamo demonizzare i social o l’intelligenza artificiale. Vogliamo aiutare le persone a comprenderli. Credo che l’educazione digitale debba entrare stabilmente nei percorsi scolastici, affrontando anche temi come gli algoritmi, la reputazione online, l’identità digitale, le dinamiche di gruppo e la responsabilità delle proprie azioni. Non basta spiegare a un ragazzo che non deve pubblicare un determinato video. Bisogna aiutarlo a comprendere perché sente il bisogno di pubblicarlo, che cosa si aspetta di ottenere e quali conseguenze potrebbe provocare. È un lavoro culturale che deve coinvolgere scuole, famiglie, istituzioni e aziende tecnologiche.
Dopo quello che è successo a Milano, qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse alle istituzioni e ai genitori?
Vorrei che smettessimo di considerare il mondo digitale come qualcosa di separato dalla realtà. Quello che accade su uno smartphone può influenzare ciò che succede in una piazza, in una scuola o all’interno di una famiglia. I due mondi sono ormai profondamente collegati. Servono controlli, certamente. Servono piattaforme più responsabili, strumenti di protezione efficaci e regole chiare. Ma soprattutto serve una nuova consapevolezza culturale. La violenza è sempre esistita, anche prima dei social. La differenza è che oggi può essere ripresa, condivisa, amplificata e trasformata in uno spettacolo nel giro di pochi secondi. Non dobbiamo educare i ragazzi ad avere paura della tecnologia. Dobbiamo educarli a non diventarne spettatori passivi, e soprattutto a non confondere la popolarità di un contenuto con il valore di un comportamento. Se vogliamo prevenire episodi come quelli di Milano, dobbiamo intervenire prima che la violenza arrivi nelle piazze. E oggi questo significa anche imparare a riconoscere ciò che accade sugli schermi.