Regolamento dei costi sui prodotti finanziari: la discussione nell’UE entra nel vivo

di Vincenzo Frate

La Commissione Europea, nella persona del commissario ai servizi finanziari, Maired McGuinness, ci riprova a regolamentare la complicata materia dei costi gravanti sui prodotti finanziari all’interno del mercato unico europeo attraverso la proposta legislativa EU Retail Investment Strategy. Da diverso tempo si sta intervenendo sull’industria della distribuzione finanziaria e, dopo aver varato numerosi interventi per creare meccanismi di vigilanza semi automatici della solvibilità degli intermediari finanziari, sia banche, assicurazioni o intermediari finanziari in genere, si sta ora intervenendo sulla catena distributiva.

A novembre 2022 la commissione finanza della UE aveva introdotto un primo stop al pagamento delle commissioni per i flussi di ordini ricevuti dai clienti ma non ha avuto successo. A seguito di questo inaspettato incidente di percorso, in questo inizio di anno il comitato degli Affari economici dell’Euro Parlamento ha emendato la precedente proposta legislativa
introducendo un ulteriore divieto con l’abolizione del meccanismo delle retrocessioni dei costi sostenuti dagli investitori basato sulla consulenza non indipendente dei consulenti finanziari. La commissione vuole vietare le retrocessioni e addirittura sta valutando di introdurre ulteriori limitazioni agli incentivi che società di gestioni del risparmio riconoscono ai collocatori e ai
distributori dei loro prodotti di investimento.

Secondo uno studio commissionato dalla commissaria McGuiness questo combinato disposto di divieti applicati all’unisono ridurrebbe di quasi il 35% i costi complessivi che il sottoscrittore finale sostiene nel momento in cui acquista un prodotto di risparmio gestito. Ragionando solo da questo punto di vista sicuramente una riduzione così consistente dei costi
rappresenterebbe una notevole opportunità per i clienti retail, i quali pagano a volte tanto in termini di caricamenti erodendo sensibilmente la redditività degli investimenti che appunto, scontano svariati punti percentuali in meno tra il rendimento lordo e netto, senza contare gli oneri da capital gain da riconoscere agli Stati.

In questo momento solo in Olanda, all’interno dell’Unione Europea, e in Gran Bretagna si ha un modello distributivo basato sul cosiddetto modello “free only” dove viene pagato dall’investitore la sola consulenza finanziaria ricevuta lasciando alla volontà del cliente la scelta successiva di acquistare un prodotto o un altro secondo le indicazioni generali ricevute. In tutti gli altri stati dell’Unione Europea esiste il modello “commission only” dove gli intermediari finanziari ricevono la remunerazione attraverso la sottoscrizione iniziale e la retrocessione di parte delle commissioni di mantenimento, management free, che le società di gestione applicano sui portafogli dei propri clienti.

Se è vero che il pagamento diretto di una parcella rende chiaro immediatamente il costo-beneficio del servizio ricevuto, è più complicato capire invece come il consulente venga retribuito per il servizio che offre poiché i costi applicati sono a volte o incomprensibili o non individuati dai sottoscrittori. Proprio per venire incontro a tale necessità la MIFID 2 ha imposto agli intermediari, attraverso l’estratto conto titolo annuale, obbligatorio entro il mese di aprile di ogni anno solare, l’indicazione tra l’altro dei costi sostenuti dal cliente finalizzati al pagamento degli intermediari. In Italia prevale il meccanismo di remunerazione legato alle commissioni applicate sui prodotti sottoscritti in quanto, in prima analisi, sono pochi i consulenti indipendenti che si fanno pagare parcelle direttamente dai clienti alla pari di liberi professionisti come avvocati, commercialisti o medici.

D’altronde c’è da sottolineare che secondo uno studio Consob del 2021 il 70% dei clienti non è disposto a pagare per un servizio di consulenza finanziaria slegata dall’acquisto di un prodotto. Infatti, ad oggi molte società che offrono solo consulenza a pagamento hanno ottenuto una diffusione che non va oltre il 30/35% della clientela retail. Da non dimenticare poi nella valutazione dei diversi modelli di costi, la ricchezza media dei sottoscrittori di prodotti finanziari in Gran Bretagna: 141.000 dollari pro capite e con quasi tre milioni di clienti con portafoglio medio superiore al milione di dollari. In Italia il patrimonio medio è di poco superiore ai 114.000 dollari con meno di un milione e mezzo con portafoglio medio superiore al milione di dollari.

Le reti distributive, perdendo un’importante fonte di ricavi, non avrebbero più interesse ad offrire servizi di consulenza a chi non avrà patrimoni considerevoli e pertanto i piccoli e piccolissimi risparmiatori saranno costretti al più economico ma pericoloso “fai da te” che già negli anni del boom delle borse ha creato svariati problemi: diversi gli investimenti azzardati, del tutto scollegati dal profilo prudente dei risparmiatori italiani.

La remunerazione della consulenza basata su commissioni avvantaggia i piccoli risparmiatori che pagano importi contenuti in valore assoluto rispetto ad altre spese che essi sostengono per altri prodotti o servizi professionali. Ad ulteriore aggravio della discussione in atto, alla Commissione è intervenuto il ministro delle finanze tedesco, Christian Lindner, che nell’illustrare l’inopportunità di tale divieto ha sottolineato per prima cosa le ricadute occupazionali sull’intera filiera distributiva ma anche un possibile allontanamento dei piccoli investitori che negli ultimi anni hanno abbandonato i tradizionali investimenti in titoli di Stato per entrare nel mercato dei capitali legati ai titoli finanziari corporate. Indubbiamente, ancora una volta la nota dolente dell’intera discussione si infrange sulla scarsa cultura finanziaria che non aiuta le famiglie italiane a districarsi nel mondo del risparmio, un retaggio legato agli anni in cui l’investimento prevalente era quello in BOT o BTP e le alternative erano sostanzialmente poche.

La distribuzione finanziaria di recente ha rappresentato una notevole iniezione di capitali sui mercati finanziari aiutando la cosiddetta economia reale a trovare fonti di finanziamenti che scommettessero sulla crescita delle aziende piuttosto che sul ricorso all’indebitamento. Tutta la discussione in atto sulla riduzione dei costi dovrebbe andare di pari passo con un
innalzamento della cultura finanziaria media degli investitori oltre che con servizi di consulenza che siano realmente orientati agli interessi del cliente. Tutto questo porterebbe gli investitori cosiddetti retail ad intraprendere un progetto di pianificazione dei propri investimenti che consideri tutti gli ambiti della vita economica della famiglia partendo dalla protezione, passando per l’accumulo di capitali, terminando con la creazione delle provviste economiche della vecchiaia.

Lo studio approfondito dei bisogni dei risparmiatori e l’assistenza lungo tutto il percorso da parte di un bravo consulente sono i primi veri passi verso una pianificazione economica di successo. La competenza nel conoscere alla perfezione le caratteristiche degli strumenti finanziari e la stessa nel saperle trasmettere con semplicità, l’intelligenza emotiva e l’ascolto non renderanno mai eccessiva agli occhi dei fruitori una giusta ricompensa a favore dei somministratori.

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