Con “Ripley“, Netflix porta sullo schermo una delle figure più ambigue e affascinanti della letteratura noir. Una vera e propria rilettura in chiave contemporanea e profondamente autoriale. La serie, ispirata proprio ai romanzi di Patricia Highsmith, si presenta come un thriller psicologico raffinato, capace di distinguersi nel panorama delle nuove produzioni della piattaforma.
Ambientata tra gli Stati Uniti e l’Italia degli anni Sessanta, “Ripley” segue la storia, per l’appunto, di Tom Ripley, un uomo apparentemente insignificante e che si muove ai margini della società, ma animato da un’ambizione silenziosa e pericolosa. Quando gli si presenta l’occasione di cambiare vita, Ripley intraprende un percorso fatto di inganni, manipolazioni e identità rubate, in una lenta ma inesorabile discesa morale.
Uno degli elementi più sorprendenti della serie è sicuramente la scelta estetica. La fotografia in bianco e nero utilizzata in questo prodotto televisivo, infatti, non è un semplice esercizio di stile, ma vero e proprio strumento narrativo che accentua il senso di alienazione e ambiguità. Ogni inquadratura è costruita con precisione quasi cinematografica, una scelta che restituisce un’atmosfera elegante e allo stesso tempo inquietante.
Anche la scrittura si prende i suoi tempi, privilegiando la costruzione psicologica dei personaggi rispetto all’azione. Tom Ripley non viene mai giustificato, ma nemmeno condannato apertamente: la serie osserva le sue azioni con uno sguardo freddo e distaccato, lasciando allo spettatore il compito di formulare un giudizio. È proprio questa neutralità morale a rendere il racconto disturbante e coinvolgente allo stesso tempo. Netflix, con Ripley, conferma la volontà di investire in prodotti più maturi e meno immediati, capaci però di parlare a un pubblico in cerca di storie complesse e visivamente curate. In definitiva, “Ripley” è una serie che rinuncia al ritmo frenetico tipico dello streaming per puntare su tensione psicologica e profondità narrativa.