Tra il 2009 e il 2015 “Glee” è stata molto più di una semplice serie televisiva, riuscendo ben presto a diventare un vero e proprio fenomeno culturale. Creata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan, la serie racconta le avventure del New Directions, un club di canto di un liceo dell’Ohio, il McKinley High School. Ma sotto la patina di musical pop e coreografie spettacolari, in realtà Glee parlava di tanti temi diversi: identità, diversità e adolescenza. Lo faceva in modo diretto, a volte spigoloso, ma comunque spesso emozionante.
La grande novità di Glee è stata portare il musical in prima serata, mescolando hit contemporanee, grandi classici e mash-up improbabili. Ogni episodio conteneva numeri musicali che non erano solo intrattenimento, ma spesso strumenti narrativi per raccontare i conflitti interiori dei personaggi. Le canzoni di Glee, non a caso, sono finite regolarmente nelle classifiche, riportando in auge brani del passato e, allo stesso tempo, lanciando nuove versioni amate dal pubblico più giovane.
Uno dei punti di forza della serie è stato sicuramente il suo cast corale. A partire da Rachel Berry, ambiziosa fino all’eccesso, arrivando poi a Kurt Hummel, simbolo LGBTQ+ allora raro in una tv generalista. Ancora, nel cast ci sono: Santana, ironica e tagliente; Finn, l’eroe imperfetto; Sue Sylvester, l’antagonista per eccellenza, esagerata e cattivissima, ma diventata iconica. Personaggi volutamente caricaturali, che però riuscivano a mostrare fragilità molto reali.
Glee ha affrontato temi delicati come bullismo, orientamento sessuale, disabilità, pressione sociale, lutto e accettazione di sé. Non sempre lo ha fatto in modo equilibrato: la serie è stata spesso criticata per la sua incoerenza narrativa e per il tono oscillante tra commedia e dramma. Ma proprio questa imperfezione l’ha resa, nell’opinione di molti, un prodotto televisivo autentico e realmente vicino al caos emotivo dell’adolescenza.