“The Elephant Man”: l’impressionante biopic di David Lynch che fa riflettere e commuovere

Vittorio Paolino Pasciari Vittorio Paolino Pasciari20 Maggio 202214 min

The Elephant Man è un film di genere biopic-drammatico del 1980 diretto da David Lynch, prodotto da Stuart Cornfeld e Mel Brooks per Brooks Film e distribuito da Columbia Pictures – EMI Films – Warner Bros – Paramount Pictures. La pellicola trae ispirazione dai libri The Elephant Man and the Other Reminiscences, romanzo autobiografico del dottor Frederick Treves, e The Elephant Man: A study in Human Dignity di Ashley Montagu, a loro volta ispirati alla storia vera di Joseph Merrick descritta in maniera romanzata nel film. Il cast è formato da John Hurt (John Merrick / L’uomo elefante), Anthony Hopkins (Frederick Treves), Hannah Gordon (Anne Treves), Anne Bancroft (Madge Kendal), John Gielgud (Francis Carr Gomm), Wendy Hiller (madre Shead), Freddie Jones (Bytes), Michael Elphick (Jim, guardiano notturno), John Standing (Dr. Fox), Helen Ryan (principessa Alexandra), Dexter Fletcher (ragazzo di Bytes), Hugh Manning (Broadneck), Phoebe Nicholls (Mary Jane Merrick) e Kenny Baker (nano del circo).

Il film ha ottenuto il plauso della critica e fra i riconoscimenti sono da segnalare 8 nomination agli Oscar 1981 (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior sceneggiatura originale, migliori costumi, miglior scenografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora), 4 nomination ai Golden Globe (miglior film drammatico, miglior regia, miglior attore in film drammatico, miglior sceneggiatura), 3 Premi BAFTA (miglior film, miglior attore protagonista a John Hurt, miglior scenografia), il Grand Prinx “film dell’anno” a David Lynch al Festival internazionale del film fantastico di Avoriaz e il Premio César 1982 (miglior film straniero a David Lynch).

TRAMA   Inghilterra, 1884. Nei bassifondi londinesi di epoca vittoriana il dottor Frederick Treves, ambizioso e brillante chirurgo, scopre durante uno spettacolo di fenomeni da baraccone John Merrick, un giovane sventurato che attira l’attenzione del pubblico per le numerose e spaventose deformità del suo corpo. Soprannominato “L’uomo elefante”, il giovane è sfruttato come attrazione da circo dal sadico e avido Mr Bytes. Treves resta affascinato da Merrick e chiede di poterlo trasferire nell’ospedale dove lavora per poterlo studiare a scopi medici. L’iniziale ambizione professionale del dottore cambia in un intento di salvezza quando scopre che Merrick, nonostante le difficoltà della malattia, è capace di parlare, leggere e mostra di avere un animo colto, gentile e raffinato. Il sostegno di Treves consente al deforme John di scoprire un nuovo sé stesso, diventando a poco a poco una vera e propria celebrità della buona società londinese. Dopo un brusco e tragico ritorno ad una sorte avversa l’ormai consolidata amicizia con il medico che lo ha salvato permette a Merrick di trovare una breve, insperata e tanto desiderata serenità.

ANALISI   Un’introduzione a sfondo onirico lascia intravedere il dramma che sfiora l’orrore alla base del soggetto. Repentino è il salto verso il cotesto storico di riferimento: la Londra vittoriana dai bassifondi oscuri fino alla nobiltà di facciata incuriosita dall’eccentrico. L’azione scorre lenta e mantiene l’occhio dello spettatore fisso nell’attesa di scoprire i caratteri dei personaggi. Un’occhiata di sfuggita nel baraccone, la prima sequenza con il travestimento nell’ospedale e la rappresentazione in ombra durante una conferenza alimentano la suspense fino alla prima e sconvolgente rivelazione in toto della spaventosa deformità che segna lo sventurato protagonista. L’iniziale ambizione professionale del giovane e brillante medico fa da riflesso alla spietata crudeltà degli sfruttatori dei fenomeni da baraccone e alla non meno ipocrita curiosità dell’aristocrazia in cerca di visibilità. La scoperta dell’animo umano e puro dietro le deformità esteriori si trasforma in un’occasione unica per migliorare come esseri umani dando sostegno ad un animo puro che conosce fin nel profondo la crudeltà di una società che si ferma all’apparenza. Due eventi tragici riportano lo spettatore, assieme al protagonista, nel torbido contesto di una inciviltà crudele e quando ogni speranza di riscatto sembra svanita un ultimo e disperato appello concede l’ultima e insperata speranza di felicità quale preludio al commovente e struggente congedo che sempre ha da insegnare ai falsi normali.

Joseph Merrick

MEDICINA E UMANITÀ  Quello di Joseph Carey Merrick (Leicester 1862 – Londra 1890), cittadino inglese divenuto famoso nella società britannica di era vittoriana per la sua estrema deformità, risulta un caso unico dal punto di vista clinico ma – grazie all’opera di Frederick Treves e all’omaggio di David Lynch – è soprattutto un esempio umano di tragica, emozionante e commovente storia di riscatto che molto ha da insegnare a noi cosiddetti ‘normali’. Le prime biografie – compreso il romanzo di Treves – per anni hanno erroneamente riportato come primo nome John – dettaglio ripreso nel film di Lynch – ma studi recenti hanno confermato che il suo vero nome fosse Joseph. Nato a Leicester da Joseph Rockeley Merrick e Mary Jane Potterton, Joseph ebbe un fratello e una sorella, William e Marion, più giovani di lui ed entrambi morti di malattia (anche la sorella fu disabile fin dalla nascita) rispettivamente a 4 e 23 anni. Anche la madre era affetta da disabilità – era zoppa – mentre Joseph manifestò i primi segni di deformità a partire da 5 anni.

Il corpo di Merrick era interamente deformato dalla malattia, esclusi i genitali ed il braccio sinistro. La patologia in questione è estremamente rara e solo nel 1979 Michael Cohen la identificò per primo come neurofibromatosi. Nel 1983 Rudolf Wiedemann identificò la patologia come sindrome di Proteo e nel 2003 dei test eseguiti dalla dottoressa Charis Eng su campioni di DNA prelevati da ossa e capelli di Merrick – il suo scheletro è tutt’oggi conservato a fini medici nel Royal London Hospital – hanno confermato che egli soffrì certamente di tale sindrome. Da piccolo subì una brutta caduta rompendosi la gamba sinistra ed essendo la famiglia troppo povera per pagare le cure mediche, Joseph dovette rassegnarsi a vivere con la gamba storpia in aggiunta alla preesistente deformità. Ad 11 anni Merrick resta orfano di madre ed è costretto a vivere con il padre e la matrigna. Quest’ultima però, già madre con figli propri, non gradiva la presenza del deforme figliastro e alla fine il padre lo cacciò di casa. Costretto a sopravvivere in strada, costantemente infastidito e deriso dai bambini del vicinato per le sue malformazioni, Joseph sopravvive vendendo lucido da scarpe e infine esibendosi come fenomeno da baraccone, “L’uomo Elefante”, riuscendo a racimolare una piccola somma di denaro.

Frederick Treves

“L’ospedale nei giorni di cui ho parlato era anatema. La povera gente lo odiava. Ne avevano timore. Lo consideravano un luogo della morte. Era di grande difficoltà indurre un paziente ad entrarvi.” (Frederick Treves)

Il 1886 è l’anno della svolta. I freak show vengono dichiarati fuori legge nel Regno Unito e Merrick è costretto ad emigrare in Belgio per continuare la sua occupazione ma viene maltrattato e abbandonato dal presentatore dello show (dettaglio ripreso in senso anacronistico ma con crudele realismo nel film). Tornato a Londra viene notato dal dottor Frederick Treves (Dorchester 1853 – Losanna 1923) alla stazione ferroviaria mentre era affetto da una grave infezione bronchiale. Treves è un medico dell’ospedale di Whitechapel – in seguito divenuto Royal London Hospital – scrupoloso, ligio al dovere ed anche un acuto osservatore della natura umana che – come risulta dalle sue memorie scritte – rifiuta nei limiti del possibile ogni genere di ricompensa dai suoi pazienti perché considera la medicina una professione nobile e non lucrosa. La sua attività lo porta in contatto con una realtà in cui scarsa igiene, tecniche di medicazione arrangiate e una grande diffidenza verso i medici erano solo la parte più piccola di un degrado ancora più grande del contesto ospedaliero britannico.

Oltre che per il caso dell’uomo elefante, Treves è ricordato anche per il suo impegno come medico militare (1899-1902) in favore dell’ammodernamento degli ospedali e dei corpi medici da campo. Il suo impegno lo porterà a diventare chirurgo ufficiale del Duca di York e della stessa regina Vittoria (1900). Preso a cuore il caso di Merrick, Treves gli procura un letto permanente in ospedale.

Da quest’incontro nasce una collaborazione ed un’amicizia inaspettata e sincera. Il chirurgo fu probabilmente l’unica persona che il giovane deforme ebbe la fortuna di conoscere capace di offrirgli vero sostegno e concreto affetto. Merrick vive gli anni più sereni della sua vita fino a diventare una sorta di celebrità presso l’alta società vittoriana e addirittura un favorito presso la regina Vittoria. Il dottor Treves testimoniò in seguito che Joseph desiderò sempre trasferirsi in un istituto per ciechi: sperava così di trovare una donna che non fosse spaventata dal suo aspetto.

Merrick cercò sollievo nella scrittura, con componimenti sia in prosa che in poesia, e venne curato all’ospedale fino alla morte avvenuta l’11 aprile 1890 all’età di 27 anni. La causa ufficiale del decesso fu un soffocamento apparentemente accidentale durante il sonno: Merrick era impossibilitato a dormire in posizione orizzontale per il peso della testa, quindi era costretto a giacere seduto con la schiena sorretta. La notte del decesso potrebbe aver tentato, intenzionalmente, di dormire disteso cercando di imitare un comportamento normale, ovvero poter riposare nella stessa posizione usata dalle persone care a lui più vicine (ipotesi ripresa fedelmente da Lynch).

David Lynch

UN ARTISTA COMPLETO   Il regista, sceneggiatore, attore, musicista, produttore cinematografico e pittore statunitense David Keith Lynch (Missoula, 20 gennaio 1946) manifesta fin dall’adolescenza la sua indole di artista. Descritto da The Guardian “il regista più importante di quest’epoca” e da AllMovie “l’uomo del Rinascimento del Cinema moderno americano”, inizia con la pittura: le sue opere sono attualmente esposte in musei e gallerie d’arte come il Museum of Modern Art (New York) e la Pennsylvania Academy of the Fine Arts (Philadelphia).

Dal 1970, dopo 4 anni di esperimenti con i primi cortometraggi, inizia il suo viaggio dietro la macchina da presa con un cortometraggio (The Grandmother) in cui già si intravedono alcuni dei suoi tratti distintivi: un sonoro ed un immaginario inquietante con una forte attenzione ai desideri inconsci. Sua creazione è anche la serie tv Twin Peaks che risulta un autentico fenomeno culturale dall’enorme impatto mediatico. Nel corso degli anni riceve 3 nomination “miglior regista” agli Oscar (The Elephant Man – Velluto Blu – Mulholland Drive) la Palma d’oro al Festival di Cannes 1990 (Cuore Selvaggio) e il Pix de la mise en scène allo stesso Festival 2001 (Mulholland Drive), il Leone d’oro alla carriera alla 63a Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia e l’Oscar alla carriera 2020.

OLTRE L’APPARENZA   Con il termine freaks o “fenomeni da baraccone si fa riferimento a persone o animali che si esibiscono in spettacoli a pagamento (freak show) che furono particolarmente in voga negli USA dalla fine del XIX secolo fino alla prima metà del XX secolo, ma anche prima nell’Inghilterra del XVI secolo. Gli spettacoli consistevano nell’esibizione di persone o animali con aspetto insolito o anomalo ad esempio nell’altezza o per la presenza di malattie o rare malformazioni fisiche al fine di impressionare gli spettatori e attirare visitatori alle fiere. Casi classici di freak show potevano essere ad esempio coppie di gemelli siamesi, persone molto basse (nani) o molto alte (giganti), con caratteri sessuali secondari tipici del sesso opposto, affette da malattie particolari o con molti tatuaggi o piercing. Tipici di questi spettacoli erano anche esibizioni di performer con capacità e abilità estreme (es. mangiafuoco e mangiaspade).

Un fenomeno molto simile lo si trova tutt’oggi quando ad esempio si sente parlare di programmi come Lo show dei record, anche se nell’odierna epoca del cosiddetto “politicamente corretto” si cerca di essere meno offensivi presentando queste persone come modelli di eroismo che puntano sulle capacità di superare i limiti imposti dalle malformazioni e, trasformando il diverso in unico, riuscire ad adattarsi ai nuovi canoni di ‘normalità’. Si tratta ovviamente di un tema delicato su cui c’è poco da scherzare e altrettanto d’obbligo è uno sforzo da parte di noi ‘normali’ di fare il possibile per sostenere chiunque si trovi a vivere un’esistenza difficile in una società che, nonostante le intenzioni, ancora teme di guardare oltre quello che vede e ancora deve scolpire nel profondo dell’animo il grido disperato del protagonista del film qui analizzato:

“NO! Io… non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano! Un uomo… un uomo!”

Il biopic che ha lanciato David Lynch nell’olimpo dei giovani registi più promettenti degli anni ’80 dell’ormai passato XX secolo è tutt’ora il miglior incasso del regista del Montana che ha anche consacrato due futuri pilastri britannici della celluloide che non hanno bisogno di presentazioni come l’indimenticabile John Hurt (1940-2017) e il 2 volte premio Oscar Sir Anthony Hopkins (“Il silenzio degli innocenti” e “The Father”).

Le interpretazioni impeccabili, un trucco magistrale, una schietta e spietata rappresentazione dei caratteri (la crudeltà di una ‘normaltà’ limitata di mente e cuore) uniti ad un abile uso delle scenografie (l’oscurità dei bassifondi, la penombra dell’ospedale e la luce della stazione), del sonoro e – forse non a caso a inizio e conclusione della vicenda – della dimensione onirica offrono un quadro di per sé drammatico capace di emozionare e di commuovere lo spettatore rendendo impossibile non riflettere sulla nostra natura condizionata – per non dire deviata e degradata – da una sedicente civiltà che dopo secoli è tutt’ora schiava dell’apparenza.

“Io s-sono felice ogni ora del giorno, amico mio. A-Anche se sapessi che morirei domani. La mia vita è bella, perché so di essere amato… Io sono fortunato! E non potrei dirlo… se non fosse stato per lei. ”

La storia di Joseph Merrick – così come la conosciamo grazie al dottor Treves e al regista Lynch – è quella di un cuore rimasto bambino e che nel supplizio cui sembrava destinato fino alla morte si mantiene incapace di odiare e ci ricorda quanto è importante non lasciarsi manipolare dal pregiudizio degli occhi, ma soprattutto quanto sia importante sentirsi amati anche solo nel breve istante che ci separa dalla morte. La vera bellezza, quella di un animo innocente che di fronte ad una realtà crudele non cede, come gli altri, alla paura e all’odio, talvolta per non dire sempre e mai come adesso – si cela dietro un’apparenza terrificante che solo pochissimi animi non ancora corrotti da patetiche convenzioni sociali si sforzano di oltrepassare per scoprire quelle piccole e disinteressate necessità che davvero bastano per essere felici: comprensione, amicizia, affetto, amore.

CAPOLAVORO DA PRESERVARE, DA VEDERE E RIVEDERE .

Vittorio Paolino Pasciari

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.

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