Bastano le spalle nude di una donna appoggiata ad una ringhiera e il profilo eterno dei Faraglioni per catapultarci in un’estate che, sul calendario, non dovrebbe ancora esistere. Eppure, in questo maggio segnato da un caldo anomalo che stringe tutti in una morsa quasi tropicale, lo scatto del maestro Luigi Ghirri — intitolato “Capri“ e realizzato nel 1981 (dalla serie Topografia-Iconografia) — smette di essere una rassicurante immagine del passato e diventa uno specchio d’attualità fin troppo bruciante.
Ghirri, che fotografava l’Italia con la celebre pellicola Kodachrome, non cercava la cartolina patinata per turisti. Catturava la luce reale, la sospensione del tempo, l’atmosfera delle giornate calde in cui l’orizzonte si sbiadisce nella foschia.
Ma rileggere oggi questa immagine, mentre la colonnina di mercurio schizza a livelli da pieno agosto, genera un cortocircuito inevitabile. Quella che quarant’anni fa era la narrazione poetica di un’estate italiana che arrivava al momento giusto, oggi si trasforma nella metafora visiva del cambiamento climatico.
La foto non mostra ombre, non offre riparo. C’è solo la pietra, il ferro che immaginiamo surriscaldato e un mare piatto. Guardare questo scatto oggi non trasmette più la spensieratezza delle vecchie vacanze, ma una sottile inquietudine e la consapevolezza che quel clima mite è diventato una febbre planetaria. La grande fotografia fa questo, cambia significato insieme al mondo. E l’opera di Ghirri, questa settimana, si trasforma da pezzo di storia dell’arte a lucido manifesto di un allarme ecologico non più rimandabile.

Credits Photo Luigi Ghirri (pagina
Instagram: @fondazioneluigighirri)
[“SCATTA” È UNA RUBRICA NATA PER VALORIZZARE L’ARTE FOTOGRAFICA E RACCONTARE IL SINGOLO SCATTO E LA PROFESSIONALITÀ CHE C’È DIETRO, NON VI È ALCUNO SCOPO COMMERCIALE ALLA BASE DI QUESTO LAVORO EDITORIALE]